70 km a coppie con Lisa, tra ghiacciai, crepacci e tre bicchieri di cola.
Testo di Matteo Grassi
In realtà il Cervino di facce ne ha quattro, come i famosi spigoli su cui si sono scritte memorabili pagine di storia dell'Alpinismo, con la maiuscola.
Ma in questo racconto parlerò di un'altra faccia del Cervino, quella che ho scoperto partecipando alla CMUR 70, Cervino Matterhorn Ultra Race, gara di corsa alpinistica, a coppie, lunga circa 70 chilometri con 5.000 metri di dislivello, tra prati, sassi, rocce e ghiacciai, attorno all'iconica Becca issata verso il cielo. Una storia a sé rispetto all'alpinismo. Ma anche tutta un'altra storia rispetto all'ultra trail.

Ph. Gabriele Facciotti
Venerdì 26 giugno, Breuil-Cervinia (ore 1.00, 2003 m)
L'ansia si è sciolta dopo il check dei materiali e il cosiddetto brainstorming indetto dalla compagna di squadra, nonché ex coach, ed ex compagna di allenamenti: ladies and gentleman, my partner is... Lisa Borzani.
Sì appunto, chi me l'ha fatto fare di cacciarmi in questo pasticcio?!
Con Lisa ci conosciamo da quattordici anni, da quando ci trovavamo prima dell'alba per correre tra rovi e cinghiali sui nostri colli sognando il Tor. Tante volte abbiamo condiviso pezzi di gara: Tor, Lut, Cmur 170, DXT 100, VUT... ma mai una intera fino in fondo. E poi le nostre vite si sono un po' allontanate: lei da una parte, io dall'altra. Valle d'Aosta e Veneto. Lisa sempre più regina delle ultradistanze, io invece prima a correre in circuito e poi decisamente raccolto nei progetti individuali.
Ma torniamo a noi e cioè alle 24: condividiamo una moka di caffè, un po' di protezione solare per domani, gli ultimi aggiustamenti all'attrezzatura. Siamo pronti. Ci incamminiamo verso la linea di partenza.
Il piano prevede di partire piano.
Non siamo nemmeno in fondo al rettilineo che ho il fiato grosso e quella sensazione che si prova da bambini quando si corre a tutta. "Ottimo inizio", penso, cercando di non perderla di vista.
Meno male che inizia il sentiero che risale la balconata, così il ritmo cala un po', e con esso la HRV comincia a stabilizzarsi.
È un tratto facile, anche al buio, a parte qualche attraversamento di ruscelli. Il piano prevedeva anche che stessi avanti io, ma è lei che fa il passo.
Il piano prevedeva tante altre cose, come numerose soste pipì, ma solo al 10° facciamo il primo pit-stop, perfettamente sincronizzato.
Il piano insomma l'abbiamo gettato alle ortiche. Approfitto di un doppio tornantino e taglio su per superare. Lisa è rimasta dentro il gruppetto finché, nella prima breve discesa per i pascoli dal Vallone di Cignana mi raggiunge, mi supera e si mette a tirare. Ecco, si è svegliata! Ma no, non è ancora full gas.

©CMUR - Ph. Gabriele Facciotti
Rifugio Perrucca-Vuillermoz (primo ristoro, 3.30 circa, 2909 m), Colle di Valcornera (3066 m), Rifugio Prarayer (secondo ristoro, 5.20 circa, 2005 m)
Il cielo è nero, risalgo a memoria il sentiero tra l'antro e il bivacco, quindi il lago e il rifugio, cui arriviamo in breve. Durante la tempesta di cervelli mi ero impuntato per ottenere brevi stop a ogni ristoro, rinunciando a fermarmi per la pasta, "ma almeno tre bicchieri di cola sì".
La risalita al colle è praticamente senza neve, l'ultimo tratto è attrezzato. Salutiamo il gestore del rifugio, in servizio quassù, e iniziamo l'impegnativa discesa su sfasciume, neve (scivoliamo seduti) e qualche breve salto attrezzato. Ecco che il sentiero torna ad essere corribile e il cielo non è più così nero. Arriviamo al Prarayer con le frontali già spente, chiacchierando.
Per ora tutto bene. Benissimo. Ma ecco che al ristoro Lisa chiede: "Come siamo messi in classifica?".
"No, non diteglielo!" urlo io.
Eh, niente, troppo tardi: "Avete i terzi a pochi minuti".
"Dai andiamo a prenderli, muoviti, Emme".
Ecco. Ci siamo.

©CMUR - Ph. Damiano Benedetto
Rifugio Aosta (terzo ristoro, ore 7.00 circa, 2788 m)
Dal Prarayer ripercorriamo un brevissimo tratto in comune con chi sta arrivando, vedo un paio di coppie tra cui una "mista" che avevamo superato, non ricordo, forse prima del Perrucca.
Per fortuna Lisa non li nota. Ciononostante imposta un ritmo serio nella lunga tratta di falso piano, tra greto del torrente e riva, che risale la lunga valle.
"È un po' noioso qua" sbuffa la socia, ma guardando su vedo il rifugio arroccato sulla liscia placca rocciosa duecento metri più in alto. È ora di indossare imbrago, longe e casco per il tratto attrezzato che segue. Lisa ha già tutto addosso, io devo solo mettere il caschetto appeso allo zaino. Strategia che ci fa guadagnare tempo, e poi saliamo agili su queste facili roccette. Ma il bello deve ancora arrivare. Dal rifugio Aosta al Col de la Division (3314 m) ci sono 500 metri di salita cattiva. Per sfasciumi più o meno stabili e poi per rocce. Anche qua ce la caviamo bene, direi, tanto che al colle, dove si indossano i ramponcini e ci si lega, raggiungiamo e superiamo altre squadre. Partiamo legati per affrontare il ghiacciaio Tsa de Tsan. Lisa è davanti, un po' perché l'ha già fatto e poi perché in teoria se dovesse finire in qualche buco è più leggera. Non so perché i crepacci li chiami "buchi", ma è quello che intende.
Fatalità invece sono io che mi sento più a disagio sul ghiaccio duro. Ho optato per i ramponcini piccoli, a norma, ma minimali. C'è qualche breve tratto in cui la costringo a rallentare a favore di sicurezza.
Ci raggiungono e risuperano due coppie. Tra cui una mista. Ma io sono sicuro quando le dico: "Stai tranquilla che li recuperiamo".
E infatti attacchiamo il Col de Valpelline (3557 m) con decisione. Lisa mette la freccia e supera e io dietro sbuffando. Una coppia, due coppie. Giù in discesa sul manto nevoso anche troppo molle dello Stockijgletscher. Un po' si scivola, di culo, un po' si sprofonda. C'è qualche piccolo crepaccio da saltare. Lisa rallenta, salta e io dietro. Ma lei è già lanciata e la corda si tende. "Lisaaaaa."

©CMUR
Schönibel Hütte (ore 9.50 circa, 2694 m)
Il Cervino aguzzo alla nostra destra, davanti una lunga lingua bianca che scende dolcemente, su cui la corsa è pesante e faticosa.
Ho tanto desiderato questa traversata, ma ora non vedo l'ora di rimettere i piedi sui sassi.
Siamo allo Stockije dove il ghiacciaio superiore è separato dal sottostante Schönibel. Montiamo quindi sulla spalla rocciosa che dovremo percorrere, scendere e aggirare. Ci sleghiamo: "È questo il tratto brutto Emme". "Ok, facciamolo con calma".
"Lo scorso anno qui con Giancarlo abbiamo sbagliato".
"Ok, e..?"
"Merda, uguale quest'anno, la traccia è più in là".
Attraversiamo una placca in discreta esposizione. Ecco la bandierina.
Scendiamo un canalino delicato. Sempre prudenti.
Ci raggiunge una squadra mista. Prima lui, scambiamo due parole. Poi entrambi.
Si procede lenti tra rocce rotte e sfasciumi instabili dove fino a pochi anni fa era ghiacciaio. "Poi si sale un pochino" annuncia la socia. Un pochino? Prima su dritto per dritto per sfasciumi, poi un bel tratto tecnico attrezzato con canaponi e corda fissa. Magnifico, anche se faticosissimo. Sotto un sole ormai alto e cocente. Io sono fradicio e da sotto al casco gocciola sudore.
Non ricordo nemmeno quando e come, ma finalmente appare il rifugio dove mi spettano i tre bicchieri di cola.
Tra uno e l'altro tolgo il casco e la maglia lunga. Lisa che ha già completato il suo ristoro mi riempie la borraccia e passa una fetta di quella famosa torta che aveva giustamente decantato. Ma è un po' secca. Un altro bicchiere, grazie (e sono quattro). Ma Lisa non lo sa perché è già ripartita dicendo "intanto vado".

Ph. Thierry Jorioz
Furi (ore 11.00 circa, 1862 m)
È partita come per un cinquemila. A fatica mantengo il contatto visivo.
È il tratto più semplice del percorso. Un bel sentiero largo, dieci chilometri corribili da cui finalmente ammirare una delle facce più aguzze del Matterhorn.
In qualche tratto riesco a mollare le gambe e riavvicinarmi, o è lei che mi aspetta, poco importa: sta di fatto che nel falso piano per Furi guardo l'orologio: 4'30" circa. "Lisa ti ha morso una tarantola?". "È il nostro terreno qua dobbiamo guadagnare".
Di Furi ricordo solo che la cola è calda, un ennesimo sorpasso e che partiamo per la lunga salita (1400 m) con un caldo più da Aspromonte che da Cervino.
"Mettiamo giù un bel passetto e andiamo" dico quasi convinto. E così sarà per i primi 4-500 di dislivello. Poi il caldo, la sete, ma anche la noia di questa lunghissima salita tra gli impianti mi mettono in difficoltà. Non bastano le emozioni per la vista dello spigolo NE della Becca o per la sequenza Breithorn-Dufourspitze, o per la lingua a "S" del Grenzgletscher a tenermi su. Rallento inesorabilmente mentre raggiungiamo un'altra coppia ancora più in crisi. Ho sete.
"Lisa, hai acqua?"
"Sì, con maltodestrine".
"No, no, acqua".
"Sì, ecco", e mi allunga una borraccia praticamente secca: "Tira il beccuccio e strizza". Eseguo ma ne esce un goccio. "Te la riempio al ruscello". Se si prende cura di me è perché sono messo davvero male. Vabbè, ciuccio e riparto, stavolta desiderando il ghiacciaio. Almeno per cambiare.
©CMUR
Theodulpass (ore 14.00 circa, 3295 m)
È un ghiacciaio che non assomiglia a un ghiacciaio. È come un campo da golf rispetto a un prato naturale.
Saliamo seguendo le bandierine a bordo di una pista battuta. C'è qualche ruscello d'acqua. Tratti di ghiaccio imbibito, altri di neve molle.
La costante è sprofondare e avere i piedi in acqua.
Il cielo si fa nero e borbotta sopra di noi. Tira improvvisamente aria e la temperatura percepita. Si è drasticamente abbassata e sono in maniche corte. Non so come ma Lisa ha già la giacca addosso. Davanti, tra duecento metri, vedo che c'è il sole. Tengo duro e mi auguro di non aver sbagliato nella valutazione, ma soprattutto che non si scateni il temporale.
"Dai Emme che ci siamo, ultimo strappo e ci siamo".
"Sì, me la ricordo". Due anni fa l'avevo aggredita quest'ultima salita della gara 170.
Ora sono cotto e penso solo ai tre bicchieri di cola.
Al rifugio il volontario mi dice: "Dai che ne mancano solo dieci, tutti in discesa". Lisa precisa che sono nove, forse mette anche le virgole. Non so, non ascolto.
Fa per mettermi su lo zaino di un altro. "No Lisa, sono già a posto" e "ripartiamo con calma, perché i tendini nel ghiaccio si sono induriti e indolenziti". "Sì" e invece si butta giù a cannone. Cerco di gestire mentre faccio partire il personalissimo countdown. In una colonna il dislivello negativo, nell'altra la distanza alla finish line. Meno milletrecento, meno nove.
E così lascio andare le gambe e conto. Lisa è il mio riferimento: a volte venti, altre cinquanta, o cinque metri, comunque davanti.
©CMUR
Breuil-Cervinia (ore 15.03, 2003 m)
Stazione Bontadini-Fronet 3041 m.
Fronet- Plan Maison, 2750 m.
Plan Maison, 2510 m.
"Quanto manca Lisa?"
"Quattro chilometri".
Ok. Sparo la cartuccia.
La supero e metto giù il ritmo fino alla minuscola ultima risalita.
"Trentadue metri" fa lei.
Li saliamo.
La sento ansimare.
"Domani fai la 30 come l'anno scorso?"
Bofonchia qualcosa. (Non potevo chiederglielo in un momento migliore?)
"Dai che è fatta, andiamo a prendercela".
Ultimo piccolo zigzag in discesa, ultimo chilometro.
Lisa fa quattro con le dita: vuol dire quattrocento metri. Siamo nel corso principale. Io puzzo e sono stravolto, lei è messa meglio. Ma nell'insieme siamo bellissimi.
Un metro prima della linea ci prendiamo per mano. Un metro dopo ci abbracciamo. Le dico all'orecchio prima "ti odio", poi "grazie, è stato bellissimo", mentre le lenti da sole mascherano delle gocce di sudore – o lacrime – sul viso.
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©CMUR
INFO
La Cervino Matterhorn Ultra Race (CMUR) propone più distanze, tutte pensate per abbracciare il Cervino da diverse angolazioni.
Oltre alla spettacolare CMUR70 di 70 km (corsa a coppie, 5.000 m D+), si possono affrontare la CMUR50 di 47 km (2.900 m D+), la CMUR30 di 28 km (1.800 m D+) e un trail più breve CMUR15 di 16 km (700 m D+), ideali per runner di ogni livello.
A completare il programma la CMUR KIDS / JUNIORES su percorso di 1,5 km.
Info: https://cervinomatterhornultrarace.it/