TRANSLAGORAI CLASSIC RUN

Testo di Francesca Costa

Non c’è un modo semplice di definire Translagorai Classic Run.
È un FKT, d’accordo, e già siamo lontani dal solito concetto di gara. Ma è una partenza collettiva quella di luglio, ed è complicato spiegare a chi non c’è cosa voglia davvero dire essere qui, in 25 corridori più i ragazzi di Run Trento e i vari accompagnatori, sotto un arco di legno che non è un arco, che appare mezz’ora prima della partenza e ricompare all’arrivo, come un miraggio. 

Dopo tre anni, sono tornata qui. Percorso Classic dal Rolle alla Panarotta, mentre l’altra volta l’avevo fatto Reverse. 
Il fatto di esserci riuscita la volta scorsa non mi da’ la minima garanzia sul fatto di riuscire oggi, anzi: so quanto è duro e quanto può chiederti il porfido del Lagorai. Sono 80 km con 5000 di dislivello, in teoria: ma solo in teoria, appunto.

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Ho controllato le ultime cose, mangiato, scritto ancora una volta il nome di Paco sulla gamba, con il pennarello indelebile sotto al pantaloncino. Sono un po’ emozionata.

C’è una manciata di minuti quasi immobili in cui Filo, ancora una volta riesce a dire semplicemente quello che c’è da dire: se siete qui avete fatto il trail work e siete persone con la testa, se c’è il temporale in montagna sapete cosa fare. Tratteggia rapido le distanze, i punti acqua, i ristori abusivi - non è una gara, le coltellate si danno all’alba. Ricordatevi anche per chi correrete. 

E poi esplodono i campanacci e le urla di incitamento mentre partiamo. Ho paura ma sto ululando di gioia. 

Il gruppo si sgrana velocemente. Di solito tendo a correre sola ma oggi ho voglia di fare gruppo, di vivere davvero il senso di questa partenza collettiva. Trovo il passo con altri corridori e saliamo raccontandoci - parliamo principalmente di Translagorai: chi l’ha già fatta, chi è al primo tentativo, i momenti di gloria e di sconforto. 

Verso le nove e mezza accendiamo le frontali, mentre il temporale si muove lontano, visibile ma muto. È molto rassicurante e infatti dopo qualche ora se ne andrà del tutto: grazie Zeus, anche stavolta. Tengo un ritmo che mi sembra troppo veloce, ma sto bene e non voglio rallentare. Al bivacco Paolo e Nicola arriviamo con il buio, qualcuno prende acqua, ripartiamo e riformiamo un gruppo che con qualche variazione si sta consolidando.  Non credo di aver maledetto così tanto il tratto di discesa verso il Cauriol neppure quando tre anni fa l’ho fatto in salita: dura un milione di anni, corriamo per un tempo che sembra infinito, inciampando e chiedendoci come sia possibile che le luci non si avvicinino mai. 

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Al Cauriol l’accoglienza è commovente: sto incredibilmente bene, non sento ancora la fatica e Elisa mi ha organizzato un’assistenza da regina. Non ci sono abituata e mi sembra di barare.  Esco volando tra le incitazioni, e colgo al volo Filippo che mi grida di raggiungere qualcuno per passare la notte.  Memore della notte atroce di tre anni fa, da sola in balia delle crisi di sonno, eseguo: dopo un quarto d’ora sono in testa a un gruppetto di quattro, a sbacchettare un passo da salita che non ci spompi ma che ci tenga svegli.  Continuo a chiedere se vogliono passarmi, ma dicono che va bene così. Il nostro piccolo branco tiene per tutta la notte, e mi accorgo di quanto sia prezioso avere qualcuno con cui parlare, guardare insieme la traccia mentre la nebbia ci copre i segnavia e tutto si muove sotto ai piedi, dalle scaglie di dieci centimetri ai lastroni di due metri. 

All’alba, com’è giusto, le coltellate. I due più veloci sfilano avanti, e anch’io aumento il ritmo perché voglio arrivare al Manghen, lasciando indietro Gianni con cui finora ho condiviso buona parte del percorso. Gli dei dell’ultratrail la interpretano come ybris e mi mandano affanculo giù per la discesa verso il lago delle Stellune, fuori traccia di 500 metri. Risalire tagliando tra il porfido e i ginepri è un’esperienza che non auguro a nessuno, ma evidentemente me la merito. Fiaccata nel fisico ma non nell’animo arrivo al Manghen, finalmente. 

Ho un tibiale in fiamme e non riesco quasi a mangiare, ma butto giù caffè e patate bollite e l’assistenza magica di Elisa e dei ragazzi che hanno passato la notte in giro mi rimette in piedi.

Riparto dal Manghen pronta a soffrire quello che serve per arrivare in fondo, pago il ritmo un po’ troppo alto dell’inizio e al Sette Selle riprendo Gianni, che mi aveva passata mentre perdevo la traccia al lago.

A questo punto non serve neanche dircelo: ci tiriamo a vicenda fino alla fine e quando iniziano a spuntare i ragazzi di Run Trento che ci vengono incontro sul percorso capiamo che è davvero quasi fatta. 

Mancano pochissimi km quando Marta ci prende: lei è di Run Trento e i ragazzi sono andati a prenderla, ma ha un ritmo talmente forsennato che mi avrebbe presa anche da sola: la mia parte competitiva viene fagocitata all’istante dal pensiero di quanto cazzo è bello vederla correre così, a prendersi la sua corsa di casa, la sua prima Translagorai.

E poi arrivo. Insieme a Gianni, perché dopo le coltellate reciproche è perfetto così, e penso che condividere questa cosa con qualcuno valga diversi anni di amicizia. Con un’accoglienza che ti ripaga di tutto. E cibo. E racconti condivisi. È così bella, Translagorai che si racconta e si rivive attraverso le nostre voci, mentre togliamo le scarpe dai piedi esausti e mangiamo anguria e patatine fritte a manate. Belli gli arrivi all’UTMB eh. Ma questa cosa qui, per sempre. Grazie.