HEARTBREAKER

RUBRICA - QUI AMERICA

di Davide Grazielli

 

Poche cose rappresentano la giornata di sabato a Phoenix come lo sguardo di Jim Walmsley seduto sulla linea di arrivo: svuotato, completamente prosciugato da energie ed emozioni.

 

Hoka riproponeva la formula dell’evento ad hoc dopo l’esperienza di Folsom 2019: come per il Breaking 2 di Nike, la seconda edizione aveva un risalto diverso. Un po’per la situazione attuale, un po’per la location (un autodromo fuori Phoenix non avrà mai il fascino di una delle zone “sacre” dell’ultrarunning americano) e un po’ perché il focus quest’anno era meno show e più concretezza.

Il parterre, quello restava di altissimo profilo, anche più della prima edizione. Nonostante i previsti forfait dei giapponesi e del team africano (tra cui Prodigal Khumalo), il roster era nutrito, anche se era chiaro che i pezzi grossi erano Jim Walmsley, Hayden Hawks e Camille Herron, appena messa sotto contratto. I primi due non si nascondevano: il bersaglio era il record mondiale di Nao Kazami, con un occhio verso il sub 6. La Herron, consapevole che il 6:33:11 della giapponese Tomoe Abe è veramente un record difficile da avvicinare, si poneva l’obbiettivo di levare ad Ann Trason l’ultimo record americano che ancora non le ha soffiato oltre le 50 miglia.

Alla partenza si confermava ottima la scelta della location: meteo perfetto, assenza di vento e percorso piatto (anche se con qualche svolta secca di troppo): i runners erano attesi da 9 giri di 11 km ricavati all’interno di un circuito automobilistico dove solitamente sono i dragster a lasciare sul terreno gomma, non scarpe da corsa.

I favoriti tra gli uomini creavano subito un gruppetto composto da Tyler Andrews, Cole Watson, Jim e Hayden oltre ai pacers: il ritmo si stabilizzava da subito su quello del record, con tutti molto controllati a cercare continuità. Tra le donne invece la Herron restava coperta ed era l’inglese Carla Molinaro a fare i primi 50 km ad un ritmo decisamente aggressivo.

La svolta avveniva intorno alle tre ore: i pacers cominciavano a farsi da parte e Hayden mostrava qualche segno di cedimento, con Jim e Cole Watson che andavano via. Jim apriva la falcata dopo essere sembrato fin troppo “controllato” e, nonostante un urto contro una transenna lo lasciasse sanguinante ad una spalla, iniziava la sua rincorsa al record mentre Cole mollava la presa.

Jim arrivava a guadagnare 1:40 sul record a 10 miglia dalla fine, poi uno split negativo tra il km 85 ed il km 90 rimetteva tutto in discussione. Sembrava Jim avesse ripreso in mano la situazione nei cinque chilometri seguenti, ma nel finale era chiaramente al limite: scomposto, guardava nervosamente l’orologio sentendo che qualcosa stava perdendo, nonostante mantenesse una spinta continua. Gli ultimi due chilometri si trasformavano in uno psicodramma, con Eric Senseman a dirgli di continuare a spingere, lui a controllare compulsivamente l’orologio ed i secondi scorrere sul lunghissimo rettilineo finale. Anche i commentatori (tra cui Juli Benson, sua allenatrice al college) rimanevano in silenzio fino all’evidenza: Jim mancava il record mondiale per 11 secondi. Dopo 100 km, una vera inezia.

 

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Tra le donne, la Molinaro si eclissava, Camille Herron si ritirava con problemi all’anca senza mai essere sembrata davvero in gioco ed era la trail runner Audrey Tanguy a prendere la testa. La poca esperienza le giocava un brutto scherzo nel finale, dove stava per essere ripresa da Nicole Monette, ma comunque un’ottima prima su asfalto per la francese, già vincitrice della TDS.

Si torna quindi a Jim, seduto su una sedia e consolato in silenzio dalla sua compagna: lo sguardo vuoto e quasi assente di chi ha dato tutto e anche qualcosa oltre. Chi sa di aver fatto tutto il possibile ed aver mancato per poco un obbiettivo preparato con minuzia.

Nel post gara, Jim si dimostrava comunque contento di essersi preso il record americano (strappato a Max King, tra l’altro) e a chi si chiedeva se ci sarà un nuovo tentativo in futuro, Jim rispondeva chiaramente: la storia tra Jim e la 100 km non finisce qui. Ma ora attenzione su Comrades e UTMB per un anno che si preannuncia comunque carico di significato.

Missione compiuta per Hoka, che è riuscita a tenerci attaccati allo schermo per sei ore. Chissà che non sia una nuova rinascita per una specialità che negli anni è sempre passata inosservata ai più: l’attenzione che ha saputo catalizzare ha dimostrato una volta di più come le ultradistanze sappiano comunque emozionare il grande pubblico se proposte con appeal e promosse a dovere.