SPIRITO TRAIL • Racconti 2008 - 2010

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Racconti 2008 - 2010

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Questa sezione è dedicata ai racconti delle gare, dal giorno in cui si disputano in avanti: commenti, risultati, opinioni.
Nel titolo scrivete il nome della gara, la provincia e la data di svolgimento.

Re: Racconti 2008 - 2010

Messaggioda pollo » 29/10/2010, 7:52

Gran Raid delle Prealpi Trevigiane 2009

una partenza forse un pò anonima, poi l’attraversamento del paese di segusino, gente in strada nonostante l’ora, poche centinaia di metri su asfalto e il serpente ancora compatto si infila nel verde... facce note, amici, facce sconosciute, sorpassi, arretramenti, il gruppo piano piano prende il suo naturale assetto... la mattina è solo un pò fresca, niente rugiada sull’erba, la giornata si preannuncia calda... correre, trovare il ritmo nella prima salita, seguire i passi di quello davanti, rallentare, camminare sul ripido, dosare lo sforzo... passaggi di bosco e di prati, di borghi persi nel verde e ancora nel sonno, salire e vedere la pianura scomparire nella calda foschia... in quota è più fresco, fuori dal bosco un pò di vento, erba adesso bagnata, e fiori e profumi e ripidi pendii... primo ristoro, solo qualcosa da bere, parole di incoraggiamento, ospitalità montana, una sguardo all’interno della malga rivela una cucina che sa di famiglia e di ritmi di un tempo passato... e prati aperti adesso, crinali, compluvi, piccole cime, vecchi pali di skilift arrugginiti, che ti fanno ricordare com’era l’andare a sciare quando eri bambino... sentiero in costa, primo sole già caldo, saliscendi scorrevole, ritmo di corsa che torna a farsi più fluido, siamo solo all’inizio, mi godo l’elasticità del passo, la stanchezza arriverà dopo... malga mariech, grandi stalle ancora chiuse, tavola imbandita, sudore già copioso, ricarico le borracce, una crostata al volo e via a scendere, è bello godersi la corsa e pensare che possa durare all’infinito così... ancora sentiero a mezza costa, il gruppo già sgranato, qualche tratto in solitudine, la pianura sotto si intuisce appena, refoli d’aria e tratti di bosco mitigano il caldo che ancora è ben sopportabile... rifugio posa puner, scouts in gita, sentiero e poi carrareccia, si scollina sul versante bellunese, bosco e ombra, e anche da questo lato lo sguardo scivola per valli verso una foschia lattiginosa, grigie cime ancora innevate si accennano in lontananza... corsa solitaria, ritmo costante e ancora sostenuto, piccoli gruppi si aggregano in fila senza parlare, liberi pensieri quando qualcun altro tira e il gesto ancora sciolto diventa automatismo ritmico e senza controllo, sincronia di passi e di rumori... discesa ripida e un pò tecnica adesso, giù verso il praderadego, ristoro per fortuna all’ombra, ancora abbastanza affollato, i primi che si siedono e armeggiano con i lacci delle scarpe, sono ancora fresco, la sosta è breve e scappo via lasciando lì più di qualcuno... la salita al col de moi, ripida, chiama di nuovo il ritmo al passo, prima all’ombra di abeti poi in campo aperto con cespugli di lamponi ovunque, è un veloce strappo, senza soste, ancora con qualcuno davanti che tira o qualcuno dietro da tirare, e finalmente la croce metallica, vago e lontanissimo ricordo d’infanzia quando più di trent’anni fa mio padre mi portò fin qua in cima partendo da valmareno, che oggi si fatica a vedere nella calura... e giù di nuovo, cresta di confine, una montagna in bilico tra due pianure, e di nuovo dentro al bosco, fondo piacevole, ancora saliscendi, poi una svolta secca e il sentiero si stringe, torna tecnico, foglie secche per terra nascondono forse piccole insidie... giù, si perde quota di nuovo, verso il san boldo, vegetazione di media montagna, carrareccia più larga adesso, erba alta e caldo che si fa di nuovo sentire, anche se solo a tratti, e in fondo lo stretto passo e la strada... gente che applaude e che incita, poche centinaia di metri su asfalto, ristoro e carico delle borracce, finora ho mangiato due barrette, qualche fetta di crostata, frutta e ho bevuto moltissimo, sto bene anche se al trentacinquesimo le articolazioni cominciano a dare tipici segnali, sono da cinque ore e mezza sulle gambe, siamo a metà strada, due conti con i tempi si cominciano a fare... ed è di nuovo salita, prima su carrareccia dolce all’ombra, poi su sentiero sempre più ripido e con tratti assolati, il ritmo del passo c’è ancora ed è costante, anche se appena più lento, bevo spesso e sudo molto, ma le gambe spingono ancora bene... leggera discesa verso la posa, deltaplani appoggiati sull’erba, parapendii in volo, sguardo alla ricerca dei laghi di revine in basso che si intuiscono solo da lievi riflessi, un filo d’aria porta il vapore a salire, ristoro, damigiana con pompa a mano per lavarsi la faccia e togliere il sapore del sale dalle labbra... e avanti ancora, verso il pian delle femene, il cancello non è un pensiero, strada bianca in leggera salita, ma ci sono ancora, il gesto è pieno, mucche al pascolo, sentiero un pò più ripido, una maglia rossa dietro un pò lontana, due canotte bianche e nere più avanti... pian delle femene, la foschia calda è salita dalla pianura, luce bianca e diffusa, si prosegue su esile traccia, in crinale, sguardo in avanti a misurare la distanza dal visentin che sembra lì, a portata di mano e invece è ancora lontano... fin qui è stato trail, e anche molto bello, adesso è cominciato l’ultra, corpo indolenzito, passo ancora vigoroso, solo il ritmo rallenta un pò, ma resta costante, appoggio di bastoni appaiati, uno due tre quattro appoggio, uno due tre quattro appoggio, avanti senza pensare a nulla, lo sguardo perso verso le valli, verso la cima che appare e scompare, pascoli da poco liberati dalla neve, deserti, l’erba ancora bassa... ed è subito dopo una piccola cima che vedo il sentiero scendere ripido verso forcella zoppei, facendomi capire che la salita al visentin è ancora più lunga di quello che sembrava... voci mi chiamano, miraggio, amici e un piccolo tavolo sotto il sole cocente, apparizione di un bicchiere di birra ghiacciata che scivola in gola a grandi sorsate, pacche sulle spalle, angeli del paradiso, un saluto e vado, perché se mi fermo non riparto più... ed è l’ultimo attacco, la salita al visentin, nel caldo adesso soffocante, la larga strada sterrata, bianchissima e abbacinante, ricordi di piste sahariane, lunghi tornanti tagliati da ripidi sentieri su erba, non si può mollare adesso, il passo può rallentare ma il ritmo deve rimanere senza interruzioni, uno due tre quattro appoggio uno due tre quattro appoggio, bestemmie liberatorie, sorsate d’acqua dalla borraccia senza fermarsi, una maglia rossa dietro di me, ora vicina, avanti, le antenne sempre più alte, sublimazione ipnotica del proprio io nella fatica, che secondo qualcuno non esiste, è bellissimo, sudore, passi, pochi refoli d’aria, potrebbe anche non finire mai... la cima, brutta con le sue costruzioni e le panche malandate del rifugio, per la prima volta dopo nove ore mi siedo, fame, due fette di crostata, ancora una, ancora due minuti di riposo, mi dicono che il termometro al sole segna quarantuno gradi, l’idea della discesa mi rilassa un pò, riempio ancora le borracce, e anche se so che mancano più di venti chilometri e che la discesa sarà dura, sembra tutto più facile ora... si riparte, crinale, panorama sulle cime innevate delle dolomiti adesso più vicine e nitide, saliscendi faticoso, erba e sassi, ancora passaggi tra grappoli di antenne e finalmente il sentiero devia a precipizio verso il lago di santa croce... trotto appesantito, c’è ancora energia ma le ginocchia e le caviglie fanno male, non c’è più l’elasticità di stamattina, e il sentiero non aiuta, ripido, sassoso, sconnesso, ripido ancora, piedi che urlano, bastoncini puntati, ancora bestemmie, passaggi su ghiaione, tratti di prato, zolle, sassi, qualche albero... giù, giù giù, perdendo quota, sofferenza fisica, dolore e odio per questo fondo così difficile e tecnico, brevi tratti più dolci in sottobosco con sentiero morbido liberano una piccola corsa, ma durano poco perché è di nuovo ripido e sassi e gradoni, denti stretti, giù ancora, lunghissimo, non finisce mai, il lago sempre lontano, invidia per un altro concorrente che mi sorpassa leggero, tempo che scorre, chilometri che non passano... sottobosco adesso, un pò meno ripido, ma sempre duro e accidentato, il panorama scomparso, il lago morto, intravisto tra il fogliame senza capirne la distanza, è sempre là, sempre troppo in basso... ma non può durare in eterno e infatti senza accorgermene sono in riva, sulla strada che lo costeggia, picnic e bagnanti in spiaggia, trotto strascicato sul piano nuovamente asfaltato, nove, la discesa è stata durissima, la testa se n’è andata un pò, ristoro, pacchi di bottiglie di plastica ancora sigillati e andirivieni di caraffe ghiacciate dalla fontana, uno due tre bicchieroni, confortanti parole di elogio... riparto pensando a una gentile discesa e invece è di nuovo sentiero in leggera salita, ancora fondo sassoso e accidentato, rami invadenti, buono per una venti chilometri, non quando ne hai sessanta nelle gambe, e allora passo, rinuncio alla corsa, rombo molesto di automobili nella valle, cielo adesso nuvoloso, aria umida e soffocante, sopravvivo al ritmo debole che le ultime risorse mentali mi consentono... la testa c’è sempre meno, trotterello finalmente su una discesa ancora sconnessa, fino all’asfalto che ci porta ad attraversare la strada statale, passo strascicato ma ancora di corsa, so che ci aspetta una salitella prima dell’ultima discesa... e infatti, girato l’angolo di una casa, si riprende a salire, prima su asfalto, poi su cemento, poi ancora su sterrato, quasi sentiero, la salita è un sollievo, è fatica ma non è impatto, il ritmo lo decide il corpo, la mente deve solo mantenere la costanza, umido opprimente, ancora sudore, il corpo c’è e la mente adesso lo segue, frequenti sorsate dalla borraccia senza fermarsi, sperando ad ogni curva che sia finita e accorgendosi invece che continua, su, su, su, finalmente senza rumori fastidiosi, finalmente vedendo chiaro tra i rami, piccoli prati, case, una fontana, gente... e poi è falsopiano, stradina bianca, accenni di discesa, sguardi verso la stretta valle, di nuovo sentiero, il pensiero al traguardo, i conti dei tempi andati in fumo, stanchezza e dolore nei piedi, nelle caviglie e nelle ginocchia, senza più lucidità, discesa adesso su strada dissestata e gradoni, le case di vittorio veneto a portata di mano, asfalto, ancora un ultimo passaggio sul greto di un ruscello... e poi è la città, gente che applaude, un viale con le transenne, un incrocio col traffico fermo, un ponte sopra l’acqua veloce di un canale, una piazzetta con il traguardo, la speaker annuncia un altro atleta entro le tredici ore, gli amici già arrivati che salutano e applaudono... è finito un viaggio, un gran bel viaggio.
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Re: Racconti 2008 - 2010

Messaggioda Filo » 03/11/2010, 15:37

LA GARA PERFETTA……O QUASI

Era tanto che volevo esplorare una parte di Stati Uniti in camper. Mi ha sempre affascinato l’idea di esplorare un territorio movendosi da un posto all’altro solo per il gusto di osservare il paesaggio e per correrci dentro.
Destinazione MidWest degli Stati Uniti. Obiettivo 14 giorni nella natura con famiglia e un trail di 50 Mi (80 Km).
Voglio proprio fare l’esperienza di correre una gara americana e la prima edizione della MarquetteTrail50 (Michigan) è proprio nel luogo giusto al momento giusto. Il numero degli iscritti è molto basso e mi aspetto un’atmosfera famigliare.
Alla consegna dei pettorali incontro Joe Jameson, il direttore di gara, che mi fornisce alcune veloci indicazioni. Joe sembra, quasi, non voler svelare in anticipo le sorprese che il percorso, da lui amorevolmente preparato, ci riserverà.
Chiedo, inoltre, conferma sulla possibilità di lasciare delle sacche lungo il percorso. Da noi l’uso delle “drop bag” è consentito solo sulle gare molto lunghe, qui è la prassi e anche in una gara di soli 80 Km abbiamo la possibilità di lasciare ben 5 sacche.
Non essendo abituato, decido di optare per lasciare una bottiglia con acqua e integratori al 18esimo e una al 37esimo miglio. In questo modo non dovrò portarmi l’integratore in polvere e il riempimento del camel-bag sarà più veloce.
Sul foglio con le ultime raccomandazioni trovo delle divertenti indicazioni su come passare il tempo durante la corsa. La caccia al tesoro prevede di ritrovare: lattine di birra schiacciate, bossoli di fucile, una bambola di gomma, orme di alce, alce, tane di scoiattolo, scoiattolo, tane di procione, procione, orme di orso, orso.
Si preannuncia divertente.
Ore 6.15, esco dal camper ed è ancora buio e tira un forte vento proveniente da nord e a nord dopo il grande lago c’è solo il Canada. Di corsa e un po’ in ritardo raggiungo l’area picnic del campeggio. Essere a soli 200 m dalla partenza della gara è fantastico.
Questo è il momento in cui entro in contatto con i miei compagni di avventura. Alla gara partecipano 42 concorrenti per la 50K e soli 18 per la 50Mi.
Nessuno ha la frontale, sono tutti in maniche corte e hanno solo una piccola borraccia a mano. Ma quasi tutti hanno il cappellino!. Saranno velocissimi, penso.
Invece io per impressionare i mie avversari mi presento con la frontale accesa, felpa, giacca vento, zaino con dotazioni di sicurezza (il mio inglese non è un gran che e non si sa mai), camel-bag con 1 litro d’acqua e una borraccia sullo spallaccio. Il cappellino ce l’ho anch’io nello zaino, però. Risultato quando vado a fare pipì prima della partenza, tutti si girano verso di me.
Partiamo insieme ai concorrenti della 50 K e siamo scortati da una bici per i primi chilometri visto che è ancora buio e nessuno ha la frontale. L’atmosfera è molto piacevole, tutti parlano tra di loro serenamente e il ritmo è piuttosto tranquillo.
Mi sento molto bene e siccome non so quali siano i partecipanti delle 50 Mi e non ho la più pallida idea di quello che mi aspetta decido di procedere a sensazioni e di fare la mia gara.
Il percorso è abbastanza veloce e quasi tutto corribile. Le pendenze non sono mai eccessive e la maggiore difficoltà rimane quella di appoggio dei piedi al suolo.
Attraversiamo boschi così fitti di alberi che ci vorrebbe la frontale, procediamo facendo lo slalom tra i tronchi e correndo in punta di piedi sugli intrichi di radici che ricoprono il suolo.
Il paesaggio e il percorso sono molto vari e non si susseguono mai più di 5 chilometri nello stesso ambiente. Così mi concentro sul tracciato e il tempo trascorre velocemente.
La vista delle spiagge del lago Superior con le onde è meravigliosa e vale la pena di correre nonostante il vento che sembra venirci sempre in faccia in qualunque direzione andiamo. Mancano i surfisti, alcuni gradi centigradi, e sembra di essere in California.
Le mie sovra-scorte idriche mi consentono di non fermarmi al primo ristoro dove supero alcuni concorrenti intenti a riempire le loro borracce.
Devo, assolutamente, dire a Joe che il percorso è segnalato benissimo. Corro da poco più di un anno ma non ho mai fatto una gara segnalata così bene, spero solo che dopo la gara abbiano la pazienza di recuperare tutto quel materiale e non lo lascino nell’ambiente.
Procedo tranquillo e soddisfatto tra i miei pensieri, superando alcuni concorrenti, quando al terzo controllo mi dicono che sono secondo. Siccome il mio inglese non è il massimo e in gara si è un po’, come dire….assorti, non ci faccio molto caso.
Secondo, 15 minuti?! Mi sembra così strano, eppure ho sentito dire alla partenza che ci sono atleti con ottimi risultati alle 100Mi. Recupero la mia bottiglia e la svuoto velocemente nel camel-bag. La mia strategia funziona bene, anche se corro con maggiore peso dei miei compagni di avventura, mi fermo solo ogni 30 chilometri.
Al controllo successivo mi confermano che sto rimontando sul primo.......e un po’ mi emoziono.
Mah sarà....poi ci le due gare si separano e proseguo per 15 chilometri nel bosco senza sapere bene dove sto andando.
Mi sento un po’ solo, le ore sembrano lunghissime e penso che se mi perdo sarà dura (il telefono non prende da giorni). Così mentalmente faccio il punto sulla caccia al tesoro di Joe. Non sono messo male: bossoli di proiettile con lattine di birra, visti, bambola di gomma senza testa, vista, tracce e cacca di alce, viste, cerbiatti e tanti scoiattoli, visti. Procione, non visto, orso, non visto. Anche se mi sembra di vedere un orso ogni volta che incontro nel bosco i resti anneriti di un tronco d’albero bruciato da un fulmine. Cerco di non farci caso e procedo.
Prima di arrivare al controllo successivo, incontro lui, Evan Cestari, il primo, che corre in senso opposto, una specie di super-godzilla con barba e capelli lunghi a torso nudo. Sarò a circa 7 minuti da lui.
Finalmente arrivo al controllo del 60esimo chilometro, dove recupero l’ultima bottiglia e riparto velocemente. Mi dicono di andare avanti fino al "cono". Non capisco bene ma continuo. Dopo poco effettivamente, come un miraggio, appare un grosso cono arancione a cui bisogna girare intorno prima di tornare in dietro. Ripasso al controllo e chiedo indicazioni sul precorso e mi dicono che devo….. tornare indietro?? sapevo che era un loop ma non pensavo sulla stessa strada. Mi sembra molto strano a causa del mio inglese sempre più rallentato. Quando riparto incontro il terzo che è molto vicino, a non più di 4 minuti.
Sono nel panico. Non ho mai vinto nulla e la tentazione di mollare e di farmi raggiungere, per non avere l'ansia di quello dietro, è forte.
Nel dubbio faccio di meglio. Continuo a correre in discesa.
Dopo poco qualcosa non mi quadra, rallento e decido di aspettare il terzo per condividere le mie paure ma non arriva, si sarà fermato al ristoro.
Prendo la cartina ma riporta solo il percorso della 50K, quello della 50Mi non l’hanno indicato per solo 18 concorrenti. L’appallottolo dalla rabbia e la sto per scagliare in mezzo al sentiero, quando penso che non ho mai gettato i miei rifiuti e non comincerò di certo oggi.
Cerco delle segnalazioni del percorso. Eppure per ore mi sono ripetuto che devo dire a Joe che le segnalazioni sono tantissime, ora dove sono? Proseguo camminando e trovo alcune balise anche se mi sembrano molte meno di prima, qualcuno le avrà tolte? Sicuramente, quel sasso lo riconosco, ci sono già passato in salita. Così per cercare di mantenere quel poco di vantaggio che ancora mi rimane continuo a correre, tanto sono in discesa e questa sembra la cosa più facile.
Prima di decidermi a tornare indietro devo andare a sbattere contro un cancello con il filo spinato e un bel cartello che recita "Keep out", state alla larga. Non l'ho passato all'andata e non mi sembra il caso di passarlo adesso.
Fantastico, mi sono perso. Ho fatto più di 3K in discesa e ora li devo fare in salita. Ripercorrendo il sentiero mi accorgo che le segnalazioni sono molto scolorite, forse di una gara precedente, e nel fango ci sono solo le mie di impronte.
Pensieri negativi a manetta. Penso di ritirarmi, ero secondo adesso arriverò ultimo. Ora vado al punto di controllo e mi faccio portare in macchina fino all'arrivo.....e poi penso....e se continuo e faccio diventare la gara un allenamento per una distanza più lunga?
Così vado avanti e sono un po’ meno arrabbiato. Dopo un po’ ritrovo la traccia ben segnalata.
Faccio due calcoli: sono 6 chilometri e mezzo in più e 40 minuti di panico, chissà quanto energie avrò bruciato con questo giochetto?
Nel dubbio procedo ad andatura controllata. Incontro quelli che salgono e chiedo informazioni. Sembra che sia giusto tornare per la stessa strada e che solo tre concorrenti siano passati prima di me. Vuol dire che sono quarto. Non ha più lo stesso suono di secondo...ma vado avanti.
Tutti quelli che incontro mi incitano con la frase “Good Job Man” , io li ringrazio molto, ma loro non sanno che non ho fatto un buon lavoro e che mi sono perso sul tracciato più segnalato su cui abbia mai corso.
Mi fermo per pipì, buon segno, almeno mi sono idratato correttamente. Quando, come un miraggio, vedo materializzarsi il concorrente dietro di me. E no! adesso basta, quinto no, allora provo a spingere e, con mia grande sorpresa, riesco ancora a correre bene e ad allungare sul mio inseguitore. Supero l’ultimo ristoro senza fermarmi e procedo il più velocemente possibile fino il traguardo, che finalmente raggiungo.
Alla fine il mio informatore si era sbagliato e quando arrivo mi comunicano che sono arrivato terzo.
Dopo poco arriva anche la prima donna, Laura Waldo, vincitrice di molte 50 e dell’ultima McNaughton 100 miglia.
A quel punto dopo aver dato spiegazioni del mio errore di percorso, ricevo da Joe un bel panino con hamburger, senape e un’ottima birra alla spina. Il mio premio consiste in un bel vasetto di marmellata fatta in casa.

Incuriosito, di ritorno a casa, faccio alcune ricerche su super-godzilla e scopro che Evan Cestari è un ottimo ultratrailer vincitore di alcune 50 miglia e 7 assoluto alla The North Face Challenge 50. Evan, inoltre, è un fautore della filosofia del running-uncivilized.
Il giorno dopo è una giornata magnifica e io sono felice come un bambino, sto benissimo.

Abbiamo attraversato foreste e parchi immensi dove la natura con i suoi mille laghi non ha lasciato espandersi le attività umane.
Ma abbiamo anche attraversato tre degli Stati (Illinois, Michigan, Wisconsin) dove una casa su due è in vendita a causa della crisi delle industrie automobilistiche produttrici dei grossi e inquinanti SUV.
Il crollo delle vendite ha fatto chiudere le fabbriche e migliaia di persone sono state licenziate.
Le idee di Obama sulla green-economy potrebbero riportare l’economia americana sulla giusta strada.
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tartufo trail running, Calestano (PR) 11.10.2009

Messaggioda chico al paso » 08/11/2010, 13:19

Raccolgo con piacere l'invito di Pollo e inserisco un raccontino sull'edizione dell'anno scorso. L'autore è http://vadoacorrere.blogspot.com/
Buona lettura.


Ventisei Km più che abbondanti e 1350 metri di dislivello! Tre aggettivi come prologo: durissima, bellissima e spettacolare, formalmente è un pessimo modo per iniziare un racconto però non potevo proprio evitarlo.
Ma veniamo alla giornata di oggi, partenza al buio, direzione Calestano, provincia di Reggio Emilia per partecipare alla mia terza "corsa in fuoristrada", ritiro pettorali dalle sei alle sette, partenza alle otto.
Espletate le formalità pregara (burocratiche e non) inizio la vestizione, la gara è in semi autosufficienza quindi l'organizzazione impone di partire con riserva idrica, barrette/integratori, telo termico, fischietto, cartina (fornita da loro) e scarpe da trail. Alle 7.30 vestito di tutto punto con tanto di gobba tecnica inizio il riscaldamento con una temperatura freddina ed un fastidioso venticello, ma so che più tardi farà senz'altro parecchio caldo... anche se la temperatura non salirà, quindi non cedo alla tentazione di coprirmi.
Ore otto, un giro in parata per le vie del paese con le sue case in pietra tipiche di questi luoghi ed il centro veramente ben curato, il solito aperitivo di salite con in testa un runner locale che ci accompagna in questo tour per poi portarci fuori dal paese e lasciarci ai piedi della prima parte di percorso off road per tornare a dedicarsi all'organizzazione.
Un bel prato verde per iniziare, si sale con passo deciso, gambe fresche e qualche fotografo invitano ad andare più forte del dovuto, c'è molta strada da fare e poco da bluffare.
Il percorso mostra subito il suo vero volto, era già noto, ma un conto è vedere un profilo altimetrico, un altro è "leggerlo con le gambe" i primi iniziano a dileguarsi ma non troppo, mentre i più gasati iniziano a scoppiettare a bordo strada, arriviamo al paesino di Ramiano, intorno al quinto chilometro dopo aver superato il primo strappo, un giro per il centro e poi di nuovo verso il verde, ad accoglierci non una salita ma una parete verticale di fango, le Trabuco cercano inutilmente di arpionarsi al terreno ed alla fine son costretto ad aiutarmi con le mani, per fortuna è breve, questo sarà il primo assaggio delle piogge di ieri!
Poco dopo una bella scena Fantozziana: mentre mi accingo a bere per la prima volta dal camel bag mi cade il tappo di protezione che inizia a rotolare giù per la discesa, quando finalmente lo raggiungo mi inchino per raccoglierlo e dal tubo inizia a scendere acqua tanto che visto il rumore di "scuotimento idrico" e la mia posizione una podista si ferma per controllare che non stessi male!
Intanto insieme ad altri 4-5 runner, tra cui la prima delle donne formiamo un gruppetto compatto con il quale ci alterneremo nelle posizioni praticamente sino al termine della gara.
Gli strappi si susseguono, durissimi, moltissimi tratti in single track con qualche tratto esposto interrotti da qualche discesa altrettanto dura.
Il fondo peggiore del percorso, ma tra i più divertenti nei commenti post gara, uno sterrato fangoso con una capacità adesiva pari al bostik e di peso specifico pari all'uranio: dopo alcune centinaia di metri viaggiavamo tutti con scarponi del peso nell'ordine dei due Kg!
La giornata è spettacolare, sole e cielo terso, quando il terreno lo permette (molto raramente) lo sguardo può spaziare verso i monti o ammirare i boschi nei quali ci inoltriamo tuffandoci a capofitto nei sentieri resi viscidi dalle piogge e dalle foglie e in uno di questi sentieri verso il 18° Km prenderò una bella caduta, fortunatamente senza conseguenze.
Al ventesimo chilometro è posto il "cancello" che divide il percorso della 50k da quello della 26, svolto deciso per la 26 in una delle discese peggiori di tutta la gara, roccia, pietre e terra argillosa, poi un pò di pace in un bel campo aperto coperto di erba che aiuta ad alleggerire le calzature, da adesso in poi solo discese ma non troppo impegnative, due attraversamenti di ruscelli con la classica passerella di pietre ma per evitare sconvenienti scivoloni decido di verificare se le Trabuco WR sono veramente tali ovvero water resistent e li guado di corsa.
Ormai si sente aria di traguardo, il gruppetto si sgrana accelero il passo, il fondo lo permette anche se presenta tratti che definire fangosi è poco, in uno di questi un runner procedeva cauto quasi avesse paura di imbrattarsi, probabilmente convinto di non subire sorpassi avendo impegnato l'unica cresta asciutta, sin quando non sono arrivato io che percorrendo il canale laterale colmo d'acqua e fango lo sverniciavo virtualmente ma lo verniciavo...praticamente, era sicuramente felice per me, la frase che ho udito in lontananza, in un dialetto sconosciuto, era sicuramente beneaugurante.
Un ultimo sforzo mentre il Garmin mi avvisa che i 26K son passati da un pezzo, intravedo le case di Calestano, le gambe sono ai limiti, non tanto per la distanza ma per gli sforzi dovuti al controllo in discesa, un ultima salita ripida ma con terreno solido, discesa, poi sbuco dal bosco e mi ritrovo davanti al gonfiabile, è finita!
Tempo 3:15:02 posizione probabile tra 12° e 15° in attesa della classifica ufficiale, 6° di categoria over 40, la più numerosa).
Felicissimo, sia della gara che del risultato, dentro il rifugio degli alpini ci attende un bel ristoro, piano piano si ricostituisce il gruppetto, ci complimentiamo a vicenda, Alessandra, unica donna nonostante un errore di percorso (il mio incubo, dopo il Ventasso), riesce a conservare la sua prima posizione.
Tra salumi parmigiano, dolci e bibite varie si ride e si scherza, la fatica è già dimenticata, metabolizzata e trasformata in adrenalina da utilizzare per le prossime gare, qualche scatto per immortalare questi momenti e poi fuori sdraiati sull'erba sotto un bel sole a ritemprarci prima di una bella doccia.
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Re: Racconti 2008 - 2010

Messaggioda pollo » 26/11/2010, 2:09

un'altra puntata...
GRAN TRAIL VALDIGNE 2009

GTV 2009, il sapore delle cose conosciute, l’anno scorso era la mia prima ultra sia per lunghezza che per dislivello, quest’anno c’è un po' di esperienza in più, c’è una conoscenza dei luoghi e delle persone che toglie la sorpresa, lascia spazio al confronto, suggerisce quella piacevole sensazione di “habitué”... e così già al pasta party della sera sono gran saluti e pacche sulle spalle di amici conosciuti, conversazioni full immersion di trail, timori e pronostici sui tempi, considerazioni sullo stato di allenamento... di mio sono dubbioso assai, i chilometri e i metri di dislivello nelle gambe sono meno dell’anno scorso, ma sono forse meglio distribuiti e soprattutto sono più riposato e ho nella testa qualche certezza in più... bello avere la partenza alle dieci, c’è il tempo di fare colazione con comodo, di preparare a puntino tutte le cose, di mettere le cremine dove serve, di depositare la borsa, di arrivare alla partenza con buon anticipo... ed è come sempre festa grande, quasi settecento trailers tra lunga e corta, musica celtica e folletti valdostani, una grande immagine del colonnello e l’audio dei suoi incitamenti... si dice trail, lealtà, amicizia, amore per la natura, però abbiamo anche un numero sulla pancia, siamo bardati come guerrieri e c’è un cronometro che sta per partire... sono sotto il gonfiabile, a ridosso dei forti che scherzano per alleviare la tensione, ancora applausi al ricordo del colonnello, gli ultimi saluti, il conto alla rovescia, tre due uno via... giro del centro di courmayeur, un po' per turismo, un po' per sgranare meglio il gruppo, incitamenti e campanacci e poi, dopo il bivio tra lunga e corta, su per la prima salita al licony, il monte bianco ci sorveglia sornione... sono abbastanza avanti, qualcuno mi supera, anche due satanesse che vanno come fulmini, altri li supero io, trovo il giusto ritmo, senza strafare, anzi un po' al risparmio, e quando dopo il lungo traverso a metà salita ci infiliamo nel canalone che porta al colle, visto che siamo in quota, riduco ancora un po'... la tattica paga, non mi sono mai fermato, scollino in qualcosina meno dell’anno scorso, e solo in cima alzo lo sguardo, tiro grandi sorsate dalla borraccia, mi riempio gli occhi della bellezza che mi circonda e del nuovo panorama a sud, e poi giù per la prima discesa... all’inizio è dolce, corribilissima e morbida fino al lago, le gambe girano, e allora diamoci dentro, dinaleone è stranamente dietro, che abbia qualche problema?... io mi sento bene, spingo, e nel secondo tratto tecnico non c’è più natura, non c’è più panorama, è solo concentrazione e velocità, salti in appoggio sui bastoni e scelta dei passi nel punto migliore, giù, giù, giù a canna, e tenere agganciate a vista le due donne che ho davanti... veloce carico d’acqua al ristoro e avanti correndo sul falsopiano in costa che porta verso planaval, c’è tempo per pensare e per guardarsi intorno, camminare sugli strappi in salita e correre sui piani e nelle discese, via via via, avanti, fino a sbucare sull’ultimo tratto di stradina che porta al primo grande ristoro... coca cola e barrette energetiche naturali valdostane, sto già chiudendo le borracce per partire, quando nel recinto entra dinaleone e mi racconta di essere caduta a pelle d’orso e di essersi forse un po' contratta un polpaccio per reazione, mi dice non mi fermo, le dico andiamo, passo il controllo e mi rimetto in moto... ancora corsa nel primo tratto pianeggiante di fondovalle e poi passo nella ripidissima salita di fianco alla cascata, e poi corsetta ancora nel tratto che domina planaval dall’alto fino al tramail des ors, dove rinuncio al ristoro preferendo una sciacquata nella fontana... seconda parte ripida della seconda salita, punta fetita in vista, siamo di nuovo in quota, e allora prima che i polmoni e il cuore possano protestare rallento volontariamente il ritmo e continuo a salire costante e leggero, su su su fino in cima... sono le quattro del pomeriggio, luce calda e piena, un orizzonte di rocce grigie, ghiaccio e neve scintillante, mi aspetta una discesa che l’anno scorso mi ha fatto tribolare un po'... quest’anno sono più sereno, più riposato, e sento di poterla affrontare con più energia ed elasticità, senza subire troppo il terreno, e allora giù, a saltelli sulle chiazze d’erba tra i sassi, la prima parte del sentiero molto poco segnata e ripida, poi più avanti via via più dolce e morbida d’erba... passo ancora elastico, al trentesimo di solito le gambe cominciano a dare segnali e invece questa volta sono ancora fresco, perdo rapidamente quota, le due ragazze davanti sempre in vista anche se un po' più lontane, fino a quando il sentiero spiana un po' e si incunea tra piccole vallette... un passaggio tra alberi e prima che il sentiero si infili definitivamente nel bosco sorpasso una lungobitrecciuta, carina, che cammina, lo zaino su uno spallaccio solo, chiedo se ha problemi, un volto accaldato mi risponde nessun problema ma non ce la faccio più, scendo camminando e mi ritiro... un rapido conto, davanti ce ne sono cinque, di cui due sono a tiro, la dinaleone poco dietro adesso è sesta, continuo a tenere una sorta di contatto e proseguo per la lunghissima discesa, correndo bene, anche se non più così brillantemente come prima, sarà il caldo, sarà il sentiero a tratti tecnico, sarà la solitudine in cui lo sgranarsi del gruppo mi ha lasciato... poco dopo mi raggiungono in due, li lascio passare e mi accodo, tornando a correre con più ritmo, bello, in silenzio, solo con il rumore dei passi, il tintinnare di un bicchiere metallico appeso ad uno zaino, caldo che comincia a farsi sentire a quota più bassa, polvere... poco prima di charvaz mi fermo dietro un arbusto, sto riponendo l’attrezzo dopo l’operazione e, heila ecoloqua, dinaleone mi ha raggiunto e mi accodo, come va come non va, anche il suo ritmo è buono e quasi subito entriamo nel borgo di sasso, fontana ghiacciata, sciacquarsi il viso, riempire le borracce, un saluto e un grazie a bambini ed anziani splendidi e via... ripartiti le dico che la quarta e la quinta sono pochissimo più avanti, perché le avevo a vista e non sono sceso piano, vedo un sorriso e una goccia di veleno scintillare sulla punta del canino, e poi più nulla, solo fumo e polvere, andata, vai dinaleone, dàghene... continua la discesa, vegetazione ora diversa, di bassa quota, calore estivo e sudore, fino al fondovalle ed al tratto in piano da la salle a morgex, case, persone che salutano, una signora con canna dell’acqua in mano offre refrigerio, la concentrazione cala ma ho la piacevole sensazione di essere in grande anticipo rispetto all’anno scorso... morgex, attraversato il paese ecco il controllo e il tendone del ristoro, le diciassette e quindici, tre quarti d’ora in meno, dinaleone non c’è ma ci sono due ragazze, quindi davanti a lei, oltre alle due imprendibili extraterrestri che ci hanno superato all’inizio, c’è solo una certa luisa balsamo... una veloce pasta al pomodoro, la tentazione di una birra ma lasciamo stare, ancora due barrette valdostane e via, sole pomeridiano, altro che l’oscuro e freddo temporale di un anno fa, un gruppetto uscito poco prima di me cammina sulla strada in piano, passo via al piccolo trotto, che torna ad essere passo quando la pendenza si fa di nuovo sentire... sento energia, non sento fatica, la camminata è bella efficace, su su, e poi giù di corsa verso il controllo di pré saint didier, automobili, la statale, concorrente in arrivo gracchia un altoparlante, e quando mi affaccio sulla piazzetta vedo una biondina seduta con lo zaino in mano sul bordo di un’aiuola, mi dispiace per lei, le strizzo un’occhio, lei ricambia con un rapido ciao, bella quella prima discesa a canna insieme, però dinaleone adesso è terza, vai vai vai, sono contento... di mio mi sento bene, rapido carico d’acqua e su, ci aspettano i millequattrocento metri fino al colle croce e imposto un bel ritmo di camminata in salita, in solitudine, raggiungendo piano e con pazienza uno, due, tre concorrenti davanti a me, il sole ormai basso trafigge il bosco e scalda ancora bene... arpy, il paese è già all’ombra, primo ristoro al chiuso, barrette valdostane e frutta, un the caldo, mi affaccio all’uscita e una folata di vento gelido mi fa rabbrividire, rientro, su la giacca a vento e via di nuovo, trotterellando per tutto il primo tratto in falsopiano e poi di nuovo al passo... sono solo, a parte un giovane guerriero, amorevolmente accudito dalla morosa al ristoro, che piano piano sulla salita che porta al lago mi va via, meglio così, solo, passo dopo passo, al mio costante ritmo, senza dolori, ancora energico, luce argentea dell’imbrunire, l’anno scorso qui era quasi buio... passo il lago, verde e turchese si stemperano nel grigio, ultimo tratto di salita verso il colle croce, rallentare preventivamente ancora un po' e non mollare, su su su, vento freddo vicino alla cresta, due uomini poco dietro di me, ora più vicini, e finalmente il colle, la vista su la thuile con le luci già accese e sul vallone di youlaz, prossima ed ultima salita, tenda degli alpini con pentolone di the caldo, trenta secondi al riparo e poi giù... giù per sentiero corribile, di buon trotto considerato che siamo al sessantesimo, giù fino a dove spiana e poi ricomincia ripido dentro al bosco, giù giù giù, sotto gli alberi è buio, su la frontale, che avrei voluto tirar fuori solo a la thuile, ma è meglio non rischiare, giù giù giù, a conoscerlo questo tratto sembra più corto, ed infatti è ancora chiaro quando finisco sull’asfalto e alle dieci, il cielo ancora argenteo, raggiunto ed affiancato il giovane guerriero, entro nel ristoro in paese... un’ora abbondante di anticipo sull’anno scorso, chiedo il brodo con la pastina e mentre aspetto mi cambio per la notte, maglia termica a maniche lunghe e... pantaloni? mah, anche no, possiamo rischiare, tengo quelli corti, poi si vedrà... poco meno di venti minuti di sosta, c’è poco traffico di atleti, qualcuno medita il ritiro, altri preannunciano un ultimo tratto camminando, sto bene da solo, non ho voglia di parlare e quindi giù un bel bicchierone di caffè, il giovane guerriero è ancora seduto e coccolato, via... gente in centro che applaude, corsetta sull’asfalto in discesa, il ponte sul torrente, e sono finalmente solo nel mio bozzolo personale di luce, a cercare di nuovo un ritmo che mi faccia sentire in equilibrio con me stesso, passi e spinte sui bastoni, leggero sudore, la percezione delle luci sulla strada che piano piano si allontanano in basso e di tremolanti puntini in discesa sul versante opposto, per il resto è solo rumore di passi e di respiro... sentiero, asfalto, tornante, asfalto, poche balise, il dubbio, asfalto, balise, una frontale mi viene incontro, non ci sono più balise, no no, l’asfalto è lungo e porta comunque a youlaz e in nessun altro posto, al peggio l’allunghiamo solo un po', balise, vedi?, asfalto, tornante, passi, bastoni, non una parola, la frontale dietro di me sempre più piccola, cazzo vado come un treno, e chi mi ferma più, asfalto, passi, finalmente la deviazione, sentiero ripido, odore di sterco, passi, su, su, ritmo, di nuovo asfalto, poi strada sterrata, spiana, corricchio, folate di vento gelido... youlaz, un gazebo, due pompieri infreddoliti e fuoco crepitante per un barbecue, dubbio pantaloni lunghi, no, carico la borraccia, due parole di grazie a questi angeli custodi e via di nuovo, per l’ultima fatica, che ti prende dolce e traditrice, perché il primo tratto è quasi in piano e la pendenza aumenta via via impercettibilmente, senza che tu te ne accorga... freddo, estraggo dal marsupio guanti e berretto, e avanti, dosando il ritmo senza interruzioni, anticipando il ripido, per fortuna il vento è calato... un rossore nel cielo dietro la montagna, stelle, esce un mezzo disco di luna, prima velato, poi limpido, sagome nere di rocce in contrasto, compaiono le due luci sul colle dell’arp, sembrano lì, a portata di mano, e invece no, e lo so bene, scompaiono dietro un colle, riappaiono prima dell’ultimissimo strappo, per la quarta volta metto la ridotta un po' prima del giusto e salgo inesorabile, chissenefrega di quella luce, prima o poi ci arriverò, basta non mollare, basta non fermarsi, e così è, l’una meno cinque, un veloce saluto e scollino... adesso è solo discesa, ma i piedi hanno cominciato a lamentarsi e il terreno non è dei migliori, scendo per quello che l’anno scorso era un inferno di acqua e di fango e che quest’anno è una serie di sassi, terra, ciuffi d’erba, poche balise, con cautela, finirà comunque questo tormento, e infatti finisce sulla strada forestale, dove ricomincio a correre rotondo... discesa veloce, con la luna che mi guarda e il rumore dei sassi che scaricano in alto, discesa verso le luci ora distinte in valle, un taglio su sentiero, calo sull’ultimo tornante prima del sentiero finale, luci di frontale lontane sia davanti che dietro, le due meno dieci... mi infilo nel bosco sul ripido sentiero, l’anno scorso era nerofango, quest’anno è grigiopolvere, mi sento bene, spingo, salto, sono ancora reattivo, non ci posso credere, prima della partenza temevo di vedere la testa andarsene al sessantesimo, e invece no, dai, giù, dolore che non si sente, muscoli ancora carichi, giù giù giù, non mi accorgo nemmeno che sono in piano, sul ponte, piccolo gesto di esultanza... e invece, sorpresa, l’arrivo non c’è, solo una freccia che indica di proseguire in paese, ecco cos’era quello striscione davanti al palasport, e allora avanti, attraverso il paese deserto e poi di fianco alla brutta stazione della funivia, un’ultima serie di gradini dolorosamente fuori misura e dietro l’angolo finalmente l’arrivo, gente che incita e applaude, un groppo in gola e le mani al cielo, la registrazione del chip, sedici ore e diciotto, la maglia di finisher, e finalmente una birra...
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Re: Racconti 2008 - 2010

Messaggioda pollo » 12/12/2010, 23:37

ieri finalmente una giornata di sole dopo tanto autunno di pioggia... sono fermo per qualche piccolo acciacco, fortunatamente giusto nel periodo in cui comunque faccio la pausa di fine stagione... ma il summano è lì all’orizzonte, incappucciato di neve, e quale migliore occasione per condividere con il mio piccolo il suo primo millino? sei ore e mezza per salire e scendere, nulla a che vedere con i mordi e fuggi delle corse, ma il summano è anche questo... e mi ha fatto ricordare di averne già scritto qualcosa...

summano 2 febbraio 2010
4.55 mi alzo prima del suono della sveglia, metto su l’acqua per il the, le solite operazioni, un riquadro di luce lunare sul pavimento... 5.25 sono in auto, musica e una barretta masticata a noia... 6.00 piovene, il via al garmin, sentiero dei gerolimini, buio, freddo, silenzio, piccola corsa sulle prime ripide rampe a rompere il fiato, un tre quarti di luna calante ancora alta nel cielo... croste di neve battuta sotto i miei passi, bastoni, l’imperativo per oggi di correrla tutta, camminando solo alcuni tagli di tornante su in alto... respiro regolare, passa via la chiesa dell’angelo, su per il dolce sentiero che si affaccia sulla pianura baluginante di neve e punteggiata da mille lucine... 6.50, casera mardifaia, tratto in piano, uno sguardo verso il primo rosso chiarore all’orizzonte, sagome di montagne in lontananza, deboli rumori dalla pianura... riprendere il ritmo, romperlo sul tratto ripido, riprenderlo ancora, la luce della frontale che lentamente si dissolve nel chiarore argentato del giorno che si annuncia, neve compatta e croccante sotto i piedi... 7.10 sentiero tra i pini, neve abbondante ora, la chiesetta alta, la busa del summano, non un’anima, vento tagliente da nord ovest che dissolve le tracce, sentiero conosciuto mille volte, su, senza tregua, un ultimo sguardo di luna sulla selletta, contro un cielo blu acceso... 7.20, sono in cima, tre giri scaramantici intorno alla croce, il vento suona tra le lamiere del cristo inchiodato alla croce di cemento, cancellando il brusio che di solito si sente salire dalla pianura, oggi bianca di neve e verde nel cono di vento della valdastico, mille puntini di luce ancora accesi, pure nella luce già dichiarata del giorno... due rapidi bicchieri di the, uno sguardo alle piccole innevate, agli appennini in lontananza, alla nebbia sul mare, ai nastri argentati dell’astico e del brenta che serpeggiano in piano, al grappa e all’altopiano di asiago e poi giù, prima di sentire freddo, giù di corsa sulla neve compatta che cancella i sassi e le asperità... 7.30, sono già sui tornanti sopra il mardifaia, pendii inevati rivolti ad oriente punteggiati di piccoli faggi, lo sguardo a terra concentrato sui passi veloci... all’improvviso la neve argentea si tinge di un rosa tenue, mi fermo, ancora un bicchiere di the, la neve ed i legni sono ora rosa acceso, poi rosso, poi arancione, poi giallo e poi, pochi secondi ancora, alzo lo sguardo, il disco del sole è fuori dall’orizzonte, il giorno è fatto... è stato un attimo, forse meno di un minuto, ma ha pagato tutta la fatica di questa mattina... giù adesso, passo veloce, falcate leggere e morbide sulla neve battuta, giù verso la giornata che mi aspetta, giù ripensando mille volte allo stupore di un’alba, una delle più belle della mia vita... 8.10, piovene, l’acqua della fontana che nel freddo mattutino sembra quasi tiepida, vestirsi, darsi un aspetto decente... 8.25 un caffè e una brioche al bar, poi saranno appuntamenti e riunioni, potranno dirmi qualsiasi cosa, avrò sempre uno sguardo di superiore distacco... qualcuno mi dice che sono matto a fare ‘ste cazzate, io preferisco continuare a pensare di essere un privilegiato...
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Re: Racconti 2008 - 2010

Messaggioda MAX PANK » 18/01/2011, 18:49

magari in forte ritardo............ma sempre meglio che niente:
LA VIA DEGLI ABATI: Ultra-Trail in odore di santità.
Chissà se il solido abate irlandese Colombano, mentre calpestava i sentieri tra Bobbio e Pontremoli, diretto a Roma, e fondava monasteri e chiese, presiedeva cenobi, dettava regole monastiche utili in seguito anche ai primi imperatori longobardi che si convertiranno alla religione cattolica come Agilulfo e la moglie Teodolinda…….chissà se si rendeva conto di farlo in “odore di santità”…?? Eppoi, che cos’è l’odore di santità?
Certo, tra gli odori, verrebbe da pensare a quello dolciastro, stordente, dell’incenso; tra i rumori, a quelli discreti, misurati, che accompagnano i gesti rituali della vita monastica…se così fosse, per i trailers che si sono srotolati lungo le stradine di Pontremoli alle 6 del mattino di sabato 1° maggio 2010, potrebbe esserci speranza di santità? Perché in effetti, i sentieri sono gli stessi, dopo 1.400 anni; anche gli odori sono l’erba tagliata, la menta fresca, il marciume di bosco di castagno o faggio, l’amaro di liquirizia del glauco elicriso o il sentore dolciastro del succiamele dalle infestanti fioriture viola; anche i rumori, forse, si avvicinano, come lo sfrullare di uccelli sorpresi, il gorgogliare continuo dei torrenti, il fruscio del vento, i rintocchi di campane nei borghi eremiti, i suoni ovattati dell’umile lavoro domestico attorno alle case, interrotti dall’irrompere festoso dei trailers…..e perché non vedere, nella determinazione di Colombano, la stessa che anima e sorregge questi cavalieri del XXI sec. nel calpestare l’agognato Ponte Gobbo a Bobbio, dunque nel raggiungimento del proprio Nirvana emozionale?? Anche i trailers, un po’ invasati come Colombano, corrono per ore, di giorno e di notte, in tappe uniche o interrotte, in twin.team o da singoli, nel medioevo sospeso, dunque ancora reale, dei piccoli borghi tra Pontremoli e Bobbio, per aspre valli, scavate, erte, pietrose e fiumose, con un’unica idea in testa, arrivare e raccontare agli altri e raccontarsi, ed un unico motto stampato in fronte: “per aspera ad astra”, un missione più vera che mai per questa VIA DEGLI ABATI 2010!!.
E quante “aspera” il tenace Elio, il gentile Armando dal sorriso magnetico, la pragmatica Maria, il sagace Alex e tutti i collaboratori, si siano sobbarcati, per far giungere noi corridori “ad astra” solo loro lo sanno davvero, perché mi raccontava alcuni giorni scorsi Elio Piccoli, che solo chi organizza si rende davvero conto, della miriade di cose che devono filare nel verso giusto per far sì che una corsa così complessa ed articolata non naufraghi in un mare di contrattempi e imprevisti.
Una complessità che deriva da svariati fattori, primo dei quali il fatto che le varie corse siano in linea e non ad anello, con la evidente necessità di trasferire centinaia di effetti personali da un luogo all’altro viaggiando in un territorio tormentato e difficile per le comunicazioni nel quale i corridori a piedi se la cavano meglio delle auto sulle strade; inoltre sono interessate ben due Regioni, tre Province e sette Comuni, così occorre che gli Enti Locali possano fornire in modo certo il loro contributo e la loro assistenza; occorre coordinare la massa imponente di volontari e la macchina che sovrintende a tutto questo non possiede certo i mezzi di blasonate corse transalpine….
Quest’anno, l’aggiunta della tappa unica di 125 km, gradita da un numero lusinghiero di corridori che ha sopravanzato quelli della classica tappa doppia, ha contribuito a dare ulteriore risalto alla prova ma ha sicuramente reso ancora più complesse le operazioni logistiche per coloro che, alla sosta intermedia di Bardi non necessitavano più di una palestra, docce e riposo come quelli della tappa doppia, bensì di un cambio veloce in previsione di una notte di corsa, magari nella bufera o sotto la pioggia……
Dunque complessità che, talvolta sono emerse in disguidi, ritardi, in piccoli-grandi inconvenienti che, direi, è quasi fisiologico possano verificarsi, mentre niente di serio è occorso ed anche il meteo è giunto a dare una mano, nonostante le fosche previsioni, perché tutto, o quasi, potesse risolversi nel disappunto di pochi e nella gioia e soddisfazione di tanti che sarà anche maggiore quando si riuscirà davvero ad eliminare una parte del percorso asfaltato, vera spina nel fianco, fino ad ora, della necessità di collegare borghi e paesi nella lunga tappa di avvicinamento a Bobbio.
Pochissimi, oggi, hanno la capacità o la voglia di sobbarcarsi tali oneri, protratti per mesi, i cui scarsi onori, alla fin fine, sono veder crescere la propria “creatura” al livello di uno dei più belli, duri, complessi e completi Ultra-trail del panorama italiano che riesce ormai ad accostarsi, senza timore reverenziale, ai più conosciuti trail degli ambienti dolomitici, valtellinesi o valdostano-piemontesi.
So che c’è negli organizzatori la consapevolezza di portare avanti il progetto di far conoscere l’Italia Appenninica agli amanti delle corse in fuoristrada (e non solo), anche in sinergia con proposte che stanno arrivando dalla Toscana, in cui sta parallelamente maturando l’idea di un paio di Ultra “di spessore”, e magari delle Marche in cui la passione verso tali ambienti è logica e sentita in un nutrito numero di trailers; speriamo, dunque, che il positivo esempio di questa ottima realizzazione trailistica che è stata l’AW 2010, sappia trascinare gli entusiasmi e le capacità di un numero sempre più grande di organizzatori e volontari.
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Re: Racconti 2008 - 2010

Messaggioda pollo » 20/01/2011, 21:58

Per tutti i fortunati che sono stati sorteggiati e che per la prima volta affrontano il mitico UTMB, questo è ciò che vi aspetta...

Ultra Trail du Mont Blanc, 28/30.08.2009, 166 km 9.400 mD+, 39h 35m 05s

Sono passati più di due mesi dalla grande corsa, due mesi in cui i ricordi sono andati e venuti, cancellando nell’oblio alcuni dettagli e consolidandone altri. Avevo cominciato il solito racconto, l’ho lasc iato lì, l’ho ripreso, l’ho lasciato ancora e ancora ripreso, domandandomi se poteva avere senso, e sì, ha il senso di fissare quaranta intense ore della mia vita e forse, per chi avrà la pazienza di leggere, potrà riaccendere ricordi sopiti o far crescere la voglia di provarci:

UTMB 2009
Chamonix, disteso sul letto per l’ultimo pisolo alle quattro del pomeriggio, sento che mi sto svuotando di pensieri, non è sonno profondo, ma solo un leggero riposo, più mentale che fisico. Le cinque, consegno il sacco per Courma ed è come chiudere definitivamente la draglia di poppa e mollare gli ormeggi per una lunga traversata, mi avvio verso la partenza. Le cinque e mezza, triangle de l’Amitie, la piazza è già piena di atleti circondati da un folto pubblico, musica, striscioni, bandiere, lo speaker che annuncia, ringrazia, racconta, ricorda gli amici che dovevano esserci e invece non ci sono, le immagini del Colonnello, di Andrea Condotta e degli sfortunati del Mercantour scorrono sullo schermo. Sono rilassato, i timori della vigilia sono spariti, ho perso di vista gli amici nella folla, dopo un ultimo saluto, la testa è piacevolmente in nessun luogo, lo sguardo si perde tra le nuvole basse del pomeriggio, sono in mezzo alla folla ma sono solo. Le sei e mezza, il rumore è sempre più forte, le ripetitive note di Vangelis ad altissimo volume, il pubblico urla il conto alla rovescia e via, la grande avventura è iniziata, a lento passo il serpentone si avvia tra due ali di folla. Ci vogliono quasi dieci minuti per uscire fuori sulla strada, dove c’è spazio e si può finalmente correre i primi otto chilometri di leggera discesa, spingere un pochino qui dove non costa nulla per recuperare una partenza nelle retrovie e prendere un po' di margine. Tanta gente lungo la strada, campanacci, bravò e bon courage ci seguiranno fino a notte inoltrata. A Les Huches il primo ristoro liquido e la prima festa, musica e fumo di grigliate, da qui il primo millino in salita, ripido ma scorrevole su strada bianca, ritmo gagliardo, dosando un po' ma dandocene adesso che ce n’è ancora da dare. Cielo umido e grigio nuvole, la luce del giorno che piano piano se ne va, ritmo sostenuto in salita, a recuperare posizioni su posizioni, sudore copioso e dopo l’ennesima curva un fugace squarcio nel cielo svela per pochi minuti un Monte Bianco tinto di rosa dall’ultimo sole che noi non vediamo già più. Si scollina al Col de Voza, giù per piste da sci, le gambe fresche in una discesa sempre più veloce, cinque passi e il sesto gratis, volando in appoggio sui bastoni, difficilmente si ripeterà così più avanti. E a metà discesa è bosco, buio, frontale accesa, adesso in fila indiana sul sentiero polveroso, ma ancora a ritmo sostenuto, giù verso le luci di Saint Gervais, prima indistinte e lontane, poi sempre più vicine, rumore di grida e di applausi sempre più forte. L’attraversamento del paese è una festa, un giro d’onore, stento a credere di meritare tanto calore e tanto incitamento, gente che ti chiama per nome, rispondo alzando un braccio, battendo un cinque o semplicemente con il sorriso più grande che posso, siamo solo al ventunesimo, spilucco qualcosa al volo dal sontuoso banchetto e via. Di nuovo il buio, mulattiera in leggera salita, qualche tornante più ripido, occasionali spettatori, fila di concorrenti che comincia a sgranarsi, sento il contrasto tra l’essere tra migliaia di persone ed il sentirmi piacevolmente solo con il mio ritmo, con il mio respiro, la testa completamente sgombra da pensieri, lo scorrere del tempo che diventa relativo, la facile pendenza aiuta tutto questo. Volano via così altri dieci chilometri, Les Contamines, di nuovo festa, rumore, folla, e fumo, in tono minore perché è già tardi ed il paese è più piccolo, ma comunque tanta roba. Un leggero fastidio ai piedi, segno premonitore di vesciche, rimedio subito con due cerotti preventivi prima e poi trangugio il primo di una lunga serie di brodi con la pastina, caldo e salato, un pezzettino di formaggio, del pane, un goccio di cocacola. E via di nuovo, ancora in pendenza dolce, incrociando spettatori che rientrano dalle quote più alte, dove sono andati a far festa con la scusa di vedere passare i primi. Poi piano piano la mulattiera si fa più ripida, il ritmo si adegua, i primi tipici segnali di stanchezza nelle gambe, ma è poca cosa, la velocità è ancora buona, la spinta potente. Luce e fumo in lontananza, il serpentone che si è ricompattato sul ripido, e dietro una curva La Balme, ultima sosta prima del tiro finale al col du Bonhomme. Fa freddo e cade anche qualche goccia di pioggia, vestirsi al volo, qualcosa da mangiucchiare godendosi il calore del fuoco per qualche minuto e avanti. Il passo adesso è decisamente più lento, il sentiero stretto e accidentato, ripido, si formano piccoli treni di concorrenti, su c’è nebbia e la fila di lucine, ben visibile a valle, si perde in alto nel nulla. Ritmo, ritmo, ritmo, respiro, passi, bastoni, respiro, passi, bastoni, lo sguardo non va più in là dei pochi metri di portata della frontale, intorno c’è solo il nero della notte ed il grigio umido della nebbia, e niente che ti faccia capire quanto manca alla fine, il pensiero è solo tre passi più in là a studiare dove appoggiare i piedi e per il resto si perde in mille direzioni solo suggerite e mai completate. Non c’è nulla da vedere, nulla da ascoltare, non si parla, siamo soli con la nostra bella fatica e con il piacere di sentire tutto il corpo pompare una tranquilla ma costante energia. E finalmente qualche luce, alcune parole in francese, il sentiero che spiana e per un po' prosegue a saliscendi, fino a quando qualcuno ti punta un lettore sul petto e registra il tuo passaggio, anche questa, che è la salita più lunga di tutta la corsa, è fatta e ci aspetta un bel millino in discesa. Il primo tratto è un po' ostico, tecnico, bagnato, insidioso e anche la nebbia non aiuta, i primi qui si saranno buttati a rottadicollo, io trotterello guardingo, in sicurezza, fino a quando con un ultimo refolo di vento le luci della valle ed i neri profili delle montagne ricompaiono nitidi davanti. E anche il sentiero spiana un po', si allarga e scende ora con dolci tornanti verso Les Chapieux, la falcata si allunga, il passo si rilassa, la tensione cala, si scambia qualche parola. Nel cuore della notte il piccolo borgo è un concentrato pulsante di luci e di parole, dopo i silenzi e le nebbie una piccola folla, un fuoco, cibo caldo, pochi irriducibili spettatori che applaudono, qualcuno riceve assistenza personale. Siamo al cinquantesimo, è la prima sosta vera, una ventina di minuti seduto, a mangiare minestra e pane con calma e a riposare un po' le gambe, sforzandomi di aspettare fino a quando l’ansia del viaggio non ha il sopravvento. E allora chiudere velocemente le cose nello zaino, la zip della giacca a vento fino al collo, brividi di freddo fuori dal tendone, ancora qualche secondo con la schiena al fuoco, e avanti. Cinque chilometri di asfalto in salita leggera, brevi tratti di corsa al trotto alternati a strappi di passo, sulla pendenza che preferisco, ancora con un’efficacia che un po' mi sorprende, su su su, verso la Ville des Glaciers, ora spesso in grande solitudine, superando di buon ritmo altri solitari o sparuti gruppetti, fino a quando l’asfalto finisce e la mulattiera si inerpica con tornanti più ripidi verso il Col de la Seigne e il passo rallenta un po'. La pendenza ha ricompattato la fila e mi ritrovo a seguire senza pensieri un paio di scarpe davanti a me, il ritmo è quello giusto, un qualcosina in più di quello che terrei da solo, i sorpassi al momento giusto, esattamente quando li avrei fatti io, l’affondo dopo aver aspettato un po' dietro, questo triatleta svizzero, leggo sui suoi fuseaux, mi porterà su fino in cima . Non una parola, siamo una macchina sola, che gira inesorabile, dimentica di tutto ciò che sta attorno, soprattutto adesso che siamo di nuovo immersi in una nebbia fredda e gocciolante portata da folate di vento sempre più forti, il segno che oramai ci siamo. Si scollina indovinando il luogo dalla memoria di alcune foto viste il giorno prima, grigio e nero tutt’intorno, scendere velocemente per sfuggire al freddo, ricominciare a trotterellare, a correre, a fare girare più tonde le gambe. All’inizio la discesa è uno sforzo più che un sollievo, ma poi piano piano il corpo fa suo il nuovo ritmo che ridiventa armonico, assecondando dolcemente la pendenza, le asperità, i sassi di questo tratto tutto sommato scorrevole. E finalmente dopo aver perso un po' di quota la nebbia si dirada, rivelando la prima luce ad oriente, cielo rosso macchiato da basse nuvole grigio scuro e da nere sagome di montagne fino all’orizzonte dell’ampia val Veny che si apre sotto di noi. Tutto molto freddo, la temperatura ma anche i colori che lentamente rinascono dalla notte, i toni grigi delle rocce, l’argento dello specchio del Lac Combal sullo sfondo, il biancoazzurro scintillante dei ghiacciai, il Monte Bianco che incombe sulla fila di formichine. Lac Combal, sferzato senza riparo dalla brezza notturna, trangugio rapidamente la minestra, mangio mezza barretta, un goccio di coca e via, trotterellando in piano e aspettando la deviazione per la salita sulla destra, i primi escursionisti già in marcia. Presto si abbandona la carrareccia per imboccare il sentiero che sale dapprima tra i mughi e poi tra pascoli d’alta quota verso l’Arrete du Mont Favre, ancora un cambio di ritmo, la salita che mi piace perché non impatta sulle ginocchia e sulle caviglie, il passo sorprendentemente buono, nessuna traccia di sonno o di particolare stanchezza, la testa vuota da riempire con le immagini che si presentano via via dopo ogni dosso e ogni curva. La cima è presto raggiunta, e adesso fino a Courmayeur è solo discesa, bella scorrevole fino al Col Chercruit e poi invece decisamente dura. Il paese è ancora nell’ombra del fondovalle, a portata di mano sotto il precipizio, mentre qui il sole comincia già a scaldare, il sentiero è ripido, a secchi gradoni e stretti tornanti, polveroso. La discesa ostica non finisce mai, Courmayeur è sempre lì e non sembra avvicinarsi, per la prima volta dalla partenza mi ritrovo a soffrire e la testa molla un poco, il ritmo rallenta, e l’unico rimedio è pensare che in ogni caso prima o poi si arriverà, è solo questione di essere pazienti. E infatti senza accorgermene sono già all’ingresso del paese e poco dopo all’ombra del grande palazzetto dello sport di Dolonne, ritiro il mio sacco ed entro nel salone gremito di gente. E’ finita una delle “solite” corse, l’ottantino con cinquemila D+, sensazioni conosciute, una stanchezza fin qui già sperimentata, adesso viene il bello, l’ignoto di una distanza e di un tempo sulle gambe mai vissuti prima d’ora. Con calma mi cambio la maglia, indeciso sul da farsi con pantaloni, calzini e scarpe, che alla fine resteranno gli stessi, una pastasciutta, del pane, un pezzo di formaggio, della cioccolata per lo spirito, un caffè e la mezz’ora di sosta programmata vola via, bisogna ripartire. Le nove, è giorno fatto ormai quando consegno il sacco ed esco sulla strada, attraverso il centro di Courmayeur, dove, a parte un bimbo accompagnato dalla nonna, nessuno sembra accorgersi di noi, e fuori dal paese mi aspetta la prossima salita al rifugio Bertone. Breve tratto asfaltato, qualcuno tenta una conversazione, rispondo a monosillabi, odio parlare in queste situazioni, e poi su, per fortuna lasciando indietro il mio interlocutore, sentiero nel bosco, ancora buona salita, ritmo sostenuto, clima estivo e piacere di un po' d’ombra, la percezione del tempo che svanisce, e quasi con sorpresa dopo circa un’ora il bosco si dirada e appare il rifugio, breve sosta acqua e via. Dal punto di vista del panorama il tratto dal Bertone ad Arnuva è il più spettacolare, con tutta la catena del Bianco, maestosa, che nella piena luce del mezzogiorno domina il sentiero in saliscendi a mezza costa. Si sente che siamo su un versante nord, nonostante il sole fa fresco con qualche folata di vento, passi in salita si alternano a corsette in discesa, avanti, qualcuno mi passa, altri li passo io, un ultimo strappo in salita, il rifugio Bonatti, una veloce minestra in faccia alle rocce ed ai ghiacciai e via ancora, qualche salitella, discesa scorrevole, poco dopo, dietro una curva si vedono le auto ed il tendone del ristoro di Arnuva in basso, giù, lunghi tornanti, incrociando escursionisti in salita, scarponi e zaini carichi, brandelli di conversazioni, qualche buon giorno, ma senza l’entusiasmo dei francesi. Arnuva, ristoro spartano, ancora una minestra, con calma, mezz’oretta di sosta adesso ci sta, le gambe comunicano la loro stanchezza, ma lo spirito è intatto, la testa lucida, il sonno finora non si è mai visto, sto bene, bene con me stesso, bene nel fisico, forse con una giacca a vento di troppo, ma è meglio sudare che tremare di fatica. Tempo scaduto, via, attraversare il letto del torrente e poi su, ottocento metri per scollinare, lo sguardo che cerca di capire in che direzione vada il sentiero su in alto, puntini colorati in fila mi dicono che piega prima verso destra e poi riattraversa verso sinistra, sole e vento adesso, polvere che impasta la bocca, il ritmo è decisamente più lento, il respiro un po' più calmo, ma salgo ancora inesorabile, ad una velocità accettabile. Ancora una volta sembra non finire mai, mi dico pazienza, prima o poi inevitabilmente arriverà, ed è così che quando meno me l’aspetto sono sul traverso sommitale e mi ritrovo davanti all’igloo del soccorso, una freccia di lamiera stampata gialla e nera, molto svizzera, indica “La Fouly 2.10”. Gran Col Ferret, il muro dei cento chilometri passato per la prima volta con una breve emozione, mi lascio alle spalle le rocce ed i ghiacci e mi affaccio su un paesaggio dall’andamento molto più dolce, ma arido e lunare, il sentiero in discesa è quasi una strada, morbido di terra e poco pendente, qui bisogna correre, mi sforzo, le gambe dapprima non capiscono, le piante dei piedi brontolano qualcosa, ma piano piano il tutto ritorna a girare, certo non così forsennatamente come ieri sera, ma comunque bene. Giù, fare strada, guadagnare chilometri e tempo, la freccia gialla in mente, scendere a valle, verso un nuovo arrivo che, nonostante siamo solo a metà strada, sento vicino. In realtà la discesa è ancora tanta, il paese è in fondo ad una valle che si allunga piegando a sinistra, il sentiero corre a mezza costa con qualche salitella e perdendo quota lentamente, però il passo è buono e, come doveva essere, ad un certo punto si svolta a destra sulla massima pendenza verso la strada asfaltata. Dopo poco è uno striscione, una casetta di legno, gente, odore di cibo, di nuovo la civiltà., il controllo del chip, un ambiente caldo, gente che dorme, un banco pieno di roba da mangiare, ancora una minestra, del pane, un pezzetto di formaggio, seduto ad un tavolino sotto la finestra che guarda verso il banco dei ritiri dove, al di là del vetro, i commissari di gara danno un definitivo colpo di forbice al pettorale, al sigillo del chip ed alle ultime speranze di quelli che non ce la fanno più. Il caldo mi dà un leggero senso di sonno, la mezzora canonica è passata, è ora di andare, raccolgo le mie forze e serenamente ordino alle gambe di muoversi. Fuori c’è l’ultimo sole, pochi passi legnosi sull’asfalto, da qui ci sono una decina di chilometri di falsopiano in discesa, un altro tratto da correre se le gambe rispondessero come dovrebbero, e invece mi sento dolorante e legato, il passo non gira. Sono già entrato nel bosco che, come si dice, “la natura chiama”, è da stamattina che la sto covando e adesso la cosa si fa impellente, dimentico tutto e trovo per fortuna un angolo appartato dove mi accoscio senza pensieri per una lunga seduta. Sarà stato lo stretching, forse il peso scaricato, sta di fatto che quando mi rialzo mi sembra di essere nuovo, gambe leggere, pronto e vigile, e allora via, correndo leggero su un terreno ideale, strada bianca e poi largo sentiero in leggera discesa, via via via ad una discreta velocità, o almeno così sembra, spingendo fino a sentire l’aria in faccia e nella maglietta bagnata, via fino al borgo di Praz de Fort, breve passaggio su asfalto e poi giù di nuovo su sterrato tra i prati del fondovalle, Champex Lac in fondo in alto sulla sinistra. Discesa ancora per poco, poi l’attraversamento dell’asfalto a fondovalle et voilà, eccoci ai piedi dei quattrocento metri di salita che ci separano dal prossimo traguardo, è stata una bella volata e ora con sollievo dei piedi si torna al passo. Buon ritmo di salita, dapprima su pendenza dolce e con lo sguardo che spazia verso la valle dalla quale pian piano si guadagna in altitudine, poi su sentiero più ripido dentro al bosco, ripiegato nei miei pensieri perché gli occhi altro non hanno davanti che il fitto della vegetazione, su su, un tornante dopo l’altro, ogni tanto uno slargo lascia guardare verso l’orizzonte lontano, e dentro di nuovo nel bosco, solo un passo dopo l’altro, con una strana sensazione di vuoto che si fa strada piano piano. E’ crisi? E’ crisi, per la prima volta dalla partenza mi manca l’energia, non è il fiato che fa da limite, ma l’incapacità delle gambe di spingere di più ed anzi la voglia di mollare e sedersi per sempre, di trovare una scusa qualsiasi per fermarsi, no, non posso, non qui, non adesso. E allora assecondo il mio corpo e rallento, rallento, rallento, rallento, ma senza cedere, senza fermarmi, anche se la voglia sarebbe tanta, piano piano ma sempre avanti, ancora un barlume di ritmo nei passi, quello di un alpinista ad alta quota, ma pur sempre ritmo, senza alcun pensiero, solo quello del prossimo passo che non può mancare. E’ così l’ultimo chilometro fino a Champex, pago evidentemente la corsa in fondovalle, ma resisto fino all’asfalto, fino all’ingresso in paese, di nuovo tra la gente che incita ed applaude, fino al grande tendone, riscaldato, pieno di gente e di rumore. E’ un altro traguardo, una sosta, l’ennesima minestra, un caffè, vestirsi, una maglia in più, il cappello, è chiedere all’uscita la posizione, pocopiù che cinquecentesimo, siamo sempre là, si può andare. In cielo l’ultimo argento del giorno si specchia nel lago che costeggio trotterellando sull’asfalto e tornando a camminare al primo accenno di pendenza, la crisi è decisamente passata, un’altra notte mi aspetta e ho davanti la salita della Bovine, dipinta come tremenda e terribile da chi l’ha già fatta. In realtà prima della salita c’è un bel tratto in falsopiano, col buio che ormai avvolge il bosco, un passaggio attraverso un borgo isolato, bambini offrono the ad un ristoro improvvisato, e di nuovo buio e carrareccia e passo svelto, quando arriverà la salita? Arriva, arriva, piano piano la strada si fa più stretta, leggermente più ripida, si infila in un vallone che distinguo appena dall’ombra delle creste che mi sovrastano, il netto profilo seghettato degli abeti contro un cielo carico di stelle. La strada diventa sentiero, si fa decisamente ripida, a piccoli tornanti tra enormi macigni, il ritmo è rotto in passi diseguali, un procedere lento, con attenzione ad ogni movimento per trovare la via meno faticosa, l’appoggio più conveniente, niente pensieri, solo pura concentrazione, solo l’ipnotica inesorabilità dell’andare avanti. Piccoli atletici gruppi mi sorpassano veloci, dietro di me tre luci vicine, tre respiri, tre rumori, sento parlare spagnolo, es bueno el ritmo? domando un paio di volte, bueno bueno, mi sento dire, it’s allright go ahead, aggiunge un altro. E’ quanto basta per non dire più nulla, per capire che siamo soli e nello stesso tempo un unica macchina che produce all’unisono i chilogrammetri al secondo che ci porteranno senza dubbio in cima. Su su su, senza pensare, senza accorgerci che ad un certo punto c’è un vento freddo che entra nella giacca, che il sentiero ora è in piano, che il passo è tornato lungo e veloce, che mille metri sotto di noi la civiltà brilla di mille inutili lucine, che ad un certo punto dentro ad una tenda in un pentolone sul fuoco borbotta il brodo, che il bicchiere in mano scotta, che forse è il caso di mettermi addosso tutto quello che ho nello zaino, anche la magliettina sudata del giorno prima. La Bovine è andata, discesa adesso, e correre per scaldarsi e per guadagnare un po', tornare a far girare le cose, anche se i piedi e le ginocchia brontolano, ma tutto sommato gran parte del lavoro lo fa la forza di gravità. Giù nel buio del sottobosco, sentiero un po' tecnico, niente di che, ma con insidiosi sassi sporgenti dal fondo in terra e radici di alberi che obbligano ad un’attenzione che fatico a tenere. Tutti mi avevano parlato dei drammi della salita, nessuno della discesa, in realtà la salita è filata via senza problemi e invece qui sto cominciando a soffrire, dolore ad ogni passo, bestemmie ad ogni appoggio sbagliato, nessuna luce in vista a fondovalle, un inferno polveroso che potrebbe durare all’infinito, e che tuttavia prima o poi finirà, ed è questo il solo pensiero che mi regge. Giù nel buio, fino ad un primo borgo che sembra quello del ristoro, ma le ombre fanno intuire che è solo a mezza costa, e infatti dopo un breve tratto in piano è di nuovo inferno, in lontananza si vedono i lampioni di una strada, qualche casa, un campanile, ma sono molto più giù e molto sotto di noi, il sentiero sarà ancora ripidissimo, sofferenza, sofferenza, prima intuita e poi vissuta, giù a precipizio fino all’attraversamento buio di una strada asfaltata, presidiato da due volontari, che salutano “c’est fini”, ed è l’ingresso a Trient. Sparuti nottambuli applaudono al passaggio per le stradine del paese deserto, un’inutile transenna mi guida verso il controllo, verso la luce del tendone, che mi accoglie con un sommesso rumore di chiacchiere, tutto è più piccolo qui, meno affollato, mi siedo, premurose volontarie mi servono al tavolo, minestra, pane, formaggio, cocacola. Ancora un summanello per arrivare a Vallorcine e poi un novegno fino a Cham, la certezza di farcela comincia ad essere più solida e non so se sia un bene o un male, la solita mezzoretta di sosta se ne va, le gambe hanno avuto il loro bastevole riposo, via, s’ha da finire. Un breve tratto in discesa per attraversare il fondovalle ed è di nuovo sentiero in salita, bello liscio, ripido il giusto, costante, buono per il ritmo, uno due tre quattro bastoni, uno due tre quattro bastoni, non velocissimo, più di qualcuno mi passa via, ma salgo regolare e senza soste. Salire, salire, il ritmo ipnotico dei passi e dei bastoni, lo spazio ed il tempo annullati dal buio, solo nel mio bozzolo di luce della frontale, cielo stellato e neri profili di montagne, piano piano torna ad essere freddo, qualche folata di vento e luci arancioni sempre più lontane in fondovalle, ci siamo quasi. Il vento porta qualche sfilaccio di nebbia umida, terra ed erba bagnate sul sentiero, la pendenza piano piano diminuisce, il passo diventa più lungo e dopo aver passato un cartello che segnala i duemila metri e qualcosa di Catogne, dopo l’ennesima strisciata del lettore sul pettorale al controllo, dopo aver percorso più di centoquaranta chilometri, mi ritrovo a correre in leggera discesa. Il fondo è buono, la pendenza quella giusta, via via via, senza respiro, senza sentire il sudore nonostante il freddo, nè i dolori alle giunture e alle piante dei piedi, è solo una pazza ed incredibile corsa in discesa, concorrenti che si scansano e dietro il rumore dei passi di qualcuno che si è messo al traino, giù per lunghi tornanti di sentiero a mezzacosta su ripidi prati, giù giù giù fino a quando ci si infila nuovamente nel bosco e la pendenza torna quasi in piano. Fine del divertimento, fine dell’illusione che potesse essere così fino in fondo, adesso è di nuovo terreno accidentato, sassi e radici, rallento, tengo ostinatamente un blando passo di corsa, faticosissimo, fino ad accorgermi che due piedi davanti a me semplicemente camminando sono altrettanto veloci, e allora mi adeguo, minimo sforzo massimo rendimento, anche se siamo in leggera discesa cammino scegliendo gli appoggi, tenendo il passo lungo ed il ritmo del mio traino davanti. Ce n’è ancora un bel po' così, fino a Vallorcine, saliscendi, scendi, qualche strappetto di sali, bosco fitto, sentiero, mulattiera, pista da sci, piccole scorciatoie sassose, piloni di funivia, bosco buio e fitto, sentiero, mulattiera, un breve tratto di prato umido e finalmente le case, asfalto in piano, un passaggio a livello e una stazione ferroviaria addormentata. Il calore del tendone, la solita procedura: controllo, minestra, pane, cocacola, seduto, due parole con chi mi siede di fronte, gente addormentata con la testa tra le braccia appoggiate sul tavolo, due passi per andare a prendere qualcosa di dolce, ancora un minuto al caldo del fungo a gas, l’occhio cade su un piccolo cartello vicino all’uscita “Chamonix 18 km 1200mD+”, via, è l’ultimo tiro. Salita leggera fino al col des Montets, dapprima su asfalto, poi su buona mulattiera e poi ancora su asfalto, ad esser freschi qui si potrebbe correre, e bene anche, ma le gambe si accontentano di camminare a lunghi passi e spinta di bastoni, e va bene così, la velocità non è poi male e intanto macino così questi primi tre chilometri prima dell’attacco all’ultima vera salita. L’ultimo tratto è su una strada evidentemente dismessa, un curvone da statale con la linea tratteggiata in mezzo, e per la prima volta sento che il monotono incedere ha in sè anche la dolcezza del sonno, e mi accorgo di camminare ad occhi chiusi, aprendone solo uno di tanto in tanto per non perdere l’allineamento della mezzeria. Dura poco, in lontananza si vedono le luci dei volontari che presidiano l’attraversamento della statale, al colle ci siamo e i pochi minuti di dormiveglia sono bastati a ridarmi lucidità, un grosso sbadiglio un paio di sorsate d’acqua gelida e tutto finisce lì. L’ultima salita, e anche l’ultimo buio, il passo adesso veramente montanaro, senza inutili gesti atletici, senza esplosione di muscoli, solo costanza, tornante dopo tornante, sasso dopo sasso, nel vento gelido che preannuncia l’alba, nel primissimo azzurro del cielo che si rischiara ad est, il nero che lascia posto al grigio, il primo verde che si distingue dai sassi e in lontananza i ghiacciai del Monte Bianco. Su, piano ma senza fermarsi, figure umane che ora si distinguono come sagome intabarrate e non sono più solo un punto di luce brillante, su per un ripido sentiero a gradoni che di tanto in tanto spiana per poi riprendere durissimo, su nella luce del giorno che avanza, tingendo di rosso e d’oro le rocce e la neve, su fino a quando spiana definitivamente in un paesaggio lunare, il sentiero incerto tra grandi e piccoli sassi, su e già baciati dal primo sole quando si passa il controllo della Tete aux Vents, la Flegere e Cham in basso visibili in lontananza. Mancano poco più di dieci chilometri, e non facilissimi peraltro, però l’emozione di avercela fatta, complice un nuovo giorno ora radioso, comincia a farsi strada. Discesa ancora ostica, sentiero tecnico, l’ultima concentrazione sui passi fino a quando il sentiero diventa dolce e corre in un’ampio e verde vallone, rocce in alto sulla destra e il Monte Bianco in tutta la sua grandezza davanti, la Flegere è lì, ma quattro chilometri sono sempre quattro chilometri, e solo dopo un po' arrivo allo strappettino in salita che porta ad un ristoro dove si respira già un’aria da “è finita”. Un’inutile coca cola, un quadratino di cioccolata e via, ora è solo discesa e speriamo che non sia dura. Le ginocchia adesso si lamentano, le piante dei piedi bruciano e in qualche punto dentro alle scarpe ho la netta sensazione che ci siano delle vesciche, anche le braccia e la schiena sono indolenzite, ma l’idea di arrivare ed il sole, che adesso scalda decisamente, fanno passare tutto ciò mentre da non so dove tiro fuori dell’energia ancora disponibile per chiudere gli ultimi chilometri. Trotterello in discesa, imponendomi una corsa inevitabilmente un po' legnosa, prima sul ripido di una pista da sci e poi sui tornanti e sui gradoni di un largo sentiero polveroso nella siccità agostana. Mi impongo di correre, anche se camminare sarebbe più comodo, il pensiero adesso è quello tipico da arrivo, la testa che molla un po' e la volontà che impone di non fermarsi e di non rallentare perché così il supplizio durerà meno. Giù e poi in piano, nel caldo sottobosco baciato dal sole, cercando di capire guardando a valle quanto manca, incontro gente che sale in escursione domenicale, i bravò si sprecano, tutti hanno una parola per me, più complimenti che incoraggiamento ormai, c’est fini, supèr. Giù ancora, passaggio sul terrazzo di una baita panoramica, il fuoristrada del gestore parcheggiato dietro, ma allora sentiero non può essercene più, giù, giù, la città di Chamonix con i suoi brutti palazzoni è adesso a portata di mano, è proprio qui sotto, giù giù giù, di corsa, con la falcata che ridiventa rotonda man mano che la pendenza diminuisce. Strada bianca, famiglie in passeggiata, bravò bravò supèr, sole estivo, cielo pulito, colori brillanti, verde esuberante, mi chiedo per l’ennesima volta quanto manca e non mi accorgo di essere già sull’asfalto, paesaggio urbano, marciapiedi, gente che applaude, la consapevolezza di essere riuscito ad arrivare in fondo si consolida dentro ad un groppo in gola che non ne vuole sapere di sciogliersi. Il fondo liscio, il passo di corsa leggero, i bastoni in mano, le vie del centro, gente, rumore, grida di amici, un cinque battuto dalla transenna, sole musica e gloria, è fatta, è fatta, è fatta. Un grande sorriso mi aspetta sotto lo striscione dell’arrivo e poi è solo un lungo, fortissimo, meraviglioso abbraccio, sono solo lacrime, è solo un ripetere all’infinito “è bellissimo”.
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La Grand course de Templiers 2010

Messaggioda bino » 30/03/2011, 13:47

Anche se in ritardo ecco il mio racconto:

TEMPLIERS 2010 – Enrico V…e il giorno di Crispino e Crispiano non passerá mai,da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati. Noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipoli di fratelli: poiché chi oggi verserá il suo sangue con me sará mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sará da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilitá sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino

Domenica 24 ottobre 2010 sveglia ore 3.30, sono con altri 11 amici in terra di Francia per affrontare” La Grand course de Templiers“ gara trail di 71 km e 3200 metri di dislivello positivo.
Sia io che il mio fedele compagno di stanza nonchè carissimo amico Alessandro siamo pronti …o meglio pronti almeno per la colazione. Si prospetta una giornata di brutto tempo con tanta pioggia, l’adrenalina è al massimo e durante la colazione si sparano una marea di c…….te. Finalmente ci muoviamo, riusciamo a trovare un posticino vicino alla partenza per il furgone, dove decidiamo di lasciare la roba per il cambio. Siamo infreddoliti e disperati per la pioggia fine ma fitta che sta scendendo e dopo la tradizionale foto di gruppo parte spontaneo l’inno nazionale italiano sotto gli occhi increduli e diciamo anche un po’ incazzati dei francesi.
L’area di partenza brulica giá di numerosi concorrenti, l’aria che si respira è elettrizzante.
È incredibile come a quest’ora del mattino sotto una pioggia fastidiosa si siano radunati una moltitudine di spettatori; famiglie intere con bambini piccoli per vedere i 2800 trailer che andranno ad affrontare uno dei trail piú famosi al mondo, sicuramente il piú famoso in Francia.
Io Luciano, Mario, Marietto, Alessandro,Lele,Enzo e Diego siamo tra quegli intrepidi. Nei momenti che precedono la partenza sotto la pioggia,al freddo,al buio,con l’adrenalina a mille , ad una manciata di secondi dal via penso ai miei cari, a mia figlia ed ai miei amici, che sono a casa, magari in ansia per la mia ennesima pazzia. Penso a loro che si sveglieranno ed accenderanno subito il computer per seguirmi ed essermi virtualmente vicino…. grazie vi sento!!! Penso a quelli che non ci sono piú , ma comunque sempre dentro di me ed in questi momenti anche piú forte di prima ….ed un bacio va anche a loro!!! Poi improvvisamente attacca la musica, pochissimi secondi alla partenza e allora penso un po`anche a me, a tutti i sacrifici che ho fatto in questo periodo per far quadrare sport, famiglia e lavoro, agli allenamenti , al sudore, alla fatica e al dolore.che ho sopportato……e mi chiedo perché faccio tutto questo? perché oggi sono qui? In quel momento peró ho tutto chiaro, percepisco le motivazioni, la risposta affiora dentro di me cresce si fa forte come la musica che sento, come i secondi scanditi dallo speaker, come i bengala accesi che squarciano il buio della notte, come le urla delle persone assiepate lungo la strada che scandiscono il mio nome, come il silenzio improvviso che arriva , le centinaia di luci danzanti che si inerpicano sulla prima salita, il rumore del mio respiro, dei miei passi e….finalmente capisco il perché …si dentro di me lo percepisco!!!
Si sale subito, la pioggia ci da un po’ di tregua le luci delle frontali sono uno spettacolo veramente affascinante, improvvisamente a fianco a me mi supera un lungagnone in braghette corte e maglietta;” ma dove c......o va questo qui!!”, è il mitico Luciano che con la sua ampia falcata sparisce subito nella notte, magari essere ancora cosí alla sua etá….un campione!!!
Continuo a correre con un ritmo costante, senza farmi prendere dall’ansia senza spingere nei tratti di falsopiano e discesa.Sono un po’ preoccupato perché giá nelle prime due ore di gara sento i muscoli posteriori dei polpacci e delle cosce tirare, forse è la tensione oppure il freddo.
Arriva l’alba improvvisa proprio in cima alla salita,è uno spettacolo, sento dietro di me sulla spalla il tocco di una mano amica….é Enzo. Insieme a lui proseguo fino al primo ristoro a Peyreleau 23° chilometro. Attraversiamo il paese attraverso due ali di folla festante che urlano incessantemente il nostri nomi….da brivido!!!
Non ci fermiamo molto, il tempo di bere un bicchiere di cola e via ad attaccare il secondo settore. Prima di uscire dal ristoro un addetto ci rileva con uno strano aggeggio il chip inserito nel pettorale ed in quel momento realizzo che a casa, chi mi sta seguendo al computer riceverá il primo segnale che sono in corsa. Il fatto di essere consapevole che qualcuno a chilometri di distanza segua se pur al caldo, seduto comodo davanti ad un monitor la mia impresa ,mi carica e mi stimola in maniera pazzesca; questo pensiero lo avró per tutti i passaggi ai ceck point , al momento del bip di lettura i miei cari e gli amici si materializzano vicino a me e sento le loro urla d’incitamento che mi spronano.
Dopo un tratto di misto collinare attacchiamo una nuova erta, lí lascio andare il mio amico Enzo, che sicuramente ne ha piú di me ed inizio ad arrancare sui zig zag di questo single track molto duro. Purtroppo durante l’ascesa iniziano le prime avvisaglie dei crampi ai polpacci che mi assaliranno piú avanti. Cerco di non pensarci e rallento l’andatura specialmente nei tratti di discesa per dar modo ai polpacci di “rifiatare”.Nel tragitto che mi porterá al secondo punto di controllo, cioè a St.André de Verzines 37,5° km si incontrano gruppi di persone ed intere famiglie nei posti piú impensabili, sempre pronti a gridarti un “alè Stefanó” o un “ Bon courage bravó”. Arrivo al ristoro ancora in vantaggio sulla mia personale tabella di marcia, ma sento che qualcosa nei miei muscoli non vá. Riempio una borraccia di acqua e Polase che avevo precedentemente finito e provo a mangiare un pezzetto di barretta. Durante la breve sosta incontro anche l’amico Diego, che pensavo piú avanti, due parole d’incoraggiamento e via con la ventina addosso esco dal posto di controllo per affrontare il terzo settore… il piú corto.Purtroppo inizia a piovere e come se non bastasse iniziano i primi segnali dal mio intestino, che mal sopporta la dose massiccia di sali a cui l’avevo costretto.Questo problemino mi obbligherá durante il resto della gara a due soste forzate ed a continui crampi e nausea. Naturalmente manca ancora il colpo di grazia, che arriva sull’altipiano successivo, dove dopo aver per disattenzione inciampato su un sasso mi trovo sdraiato con il polpaccio destro duro come il marmo in preda a crampi dolorosi. Un concorrente francese molto gentile si ferma per aiutarmi e dopo un po’ riesco a mollare la muscolatura, ma di rialzarsi non se ne parla. In quel momento sono colto dalla disperazione e penso che la mia gara ormai sia compromessa, ma una forte volontá mi scuote dalla mia rassegnazione e mi incita a proseguire od almeno a provarci. Non so cosa sia, ma è qualcosa che arriva da dentro, una reazione di rabbia, una forza istintiva ancestrale che ti solleva e ti grida di alzarti e andare lo stesso anche se il tuo corpo in quel momento si oppone, anche se il polpaccio fa male vai….vai Stefano non mollare adesso …vai per quelli che a casa stanno aspettando i tuoi passaggi …vai per gli amici che aspettano al traguardo…vai per quelli che ti guardano dall’alto …vai soprattutto per te stesso non puoi mollare senza averci almeno provato….e vado un passo dopo l’altro riprendo a camminare il polpaccio è ancora dolorante ma mi permette di proseguire.In quel mentre una voce amica mi chiede come vá..é Mario che addirittura, dopo aver saputo della mia situazione, si offre di interrompere la sua gara per assistermi fino al ceck point nr.3 47°km. Non posso permetterlo sia per lui che soprattutto per me e mentre lo incito a proseguire faccio una promessa a me stesso :” tu Stefano a Millau ci arrivi costi quel che costi!!”. Grazie Mario per quel gesto e per quella offerta d’aiuto, che mi ha confermato che questo sport è il piú bello del mondo per merito di persone come te che lo praticano. Mano a mano proseguo il dolore si attenua e l’agognato posto di ristoro si avvicina, inizia a piovere sempre piú forte, una pioggia che non ci lascerá piú fino alla fine.
Ore 11.55.23 3° ristoro La Roque Ste Margherite è 5ore 38 minuti che corro , bagnato fradicio, infreddolito e con una nausea che non mi permette di mangiare niente, ma consapevole ormai che la mente ha preso il controllo del corpo e che mi spingerá fino al traguardo.
E gli altri amici che cosa staranno facendo alcuni gli ho visti ma gli altri ?….Marietto, Lele dove saranno? Alessandro mi raccomando non mollare….lotta fino alla fine… come sempre d’altronde!!!
Arriva il tratto che sulla carta sembra il piú duro, quello fino al 64° chilometro Massebiau, ultimo punto di controllo. La gente lungo i sentieri è sempre molta, le salite e le discese molto pericolose per via del fango si susseguono in uno stato di ipnosi.
Devo dire che il tratto piú lungo è anche quello che ricordo meno, forse proprio perché immerso in una sorta di trance agonistica . Ricordo chiaramente la pioggia , noi trailer in coda come formichine lungo una salita spaccagambe o una discesa mozzafiato, ricordo una caduta rovinosa, per fortuna senza conseguenze, che mi ha addirittura proiettato al di fuori del sentiero, ma soprattutto ricordo l’arrivo dall’alto a Massebiau, un gruppo di case, una strada, una fila di macchine, gente festante ed urlante ed io per la prima volta in questa gara lascio che l’emozioni prendano il sopravvento…e scoppio in lacrime!!
Ma che fai Stefano piangi?Non sei mica arrivato mancano ancora 7 chilometri?!!Manca ancora una salita per puri alpinisti e una discesa spaccagambe?!!Non è finita ma che fai?
Non riesco a fermare l’emozione e le persone assiepate lungo le transenne che se ne accorgono rilanciano ancora piú forte i loro incitamenti, urlano a piú non posso, ti danno il cinque, una pacca sulla spalla per farsi sentire ancora piú vicino a te; hanno paura che siano lacrime amare di rassegnazione di sconfitta di sconforto e vogliono spronarti a continuare , a non mollare, ma non sanno che sono lacrime di felicitá….si perché adesso che sono passato dall’ultimo ristoro non mi fermerá piú nessuno, piú nessun dolore, piú nessuna fatica, piú nessuna salita e piú nessuna discesa….e asciugandomi l’ultima lacrima riprendo a correre consapevole che ormai la meta è vicina. L’ultimo tratto peró è veramente duro; una salita ,che in alcuni tratti è addirittura intagliata nella roccia, ti porta alla sommitá dove ti aspetta una pittoresca galleria da attraversare alla luce delle torce dei volontari e poi giú per gli ultimi 4 km di discesa.
Una discesa impraticabile, che la pioggia battente ha trasformato in uno scivolo di fango, dove anche le numerose funi di sicurezza a bordo sentiero non servono a risparmiarti rovinose cadute.
È un percorso di guerra che ti lascia il segno, ma che ti esalta, ti spara adrenalina a palo nelle vene e poi………ecco finalmente la strada, le luci, il ponte, il viso amico di Marietto, il suo incitamento vale cento mille volte quello dei francesi ….la gente, le transenne e poi la gioia urlata al cielo dopo 10 ore 45 minuti di un’emozione indescrivibile…lacrime che si mescolano a gocce di pioggia….STEFANO C’È !!!!!
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Re: Racconti 2008 - 2010

Messaggioda scheggia » 04/04/2011, 20:49

grazie per avermi risvegliato i sentimenti vissuti in questa indimenticabile esperienza, fatta di amicizia e di emozione da trail;
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Re: Racconti 2008 - 2010

Messaggioda emilio marco » 21/04/2011, 7:50

La maratona dei Forti: un Everest personale
E’ la mattina del primo agosto. Sulla piazza di Cesana, l’aria punge la pelle. Forse sono le prime zampate dell’inverno, che fra un paio di settimane mostrerà a tutti la sua faccia, imbiancando la cima dello Chaberton, la “montagna dentata” della mia infanzia, con un primo leggero strato di neve.
In questa gelida, ma limpida mattina di mezza estate, sto aspettando, insieme ad altri quattrocento “corridori del cielo”, lo sparo che segnerà la partenza della Maratona dei Forti. La corsa, che per alcuni rappresenta un semplice allenamento, in vista di più impegnativi percorsi, è per me, con i suoi 42 chilometri e 3200 metri di dislivello, la realizzazione di un “Everest” personale.
Come un gigante dalla testa mozzata, lo Chaberton, protagonista dei conflitti italo-francesi sul confine delle Cozie, da sempre solletica la mia fantasia. Quando da bambina lo osservavo dalla finestra della casa di Sauze, non sapevo che quei denti minacciosi, che così bene ne caratterizzano il profilo, altro non erano che torri semi distrutte, dalle quali l’esercito italiano aveva a lungo tenuto in scacco, con i suoi cannoni a lunga gittata, le fortezze francesi. La leggendaria “Batteria”, in posizione dominante rispetto a tutte le fortificazioni francesi, si era però dovuta arrendere al fuoco dei mortai nemici, nella tragica battaglia del 21 giugno 1940, segnando così il definitivo passaggio della maestosa montagna nelle mani dei cugini d’Oltralpe.
Lo Chaberton, con i suoi 3130 metri di altezza, cosparsi di relitti arrugginiti lasciati dalla guerra, mostrerà anche ai più tenaci la sua severità: nel primo tratto, una salita aspra e implacabile ci porterà, in poco più di 8 chilometri, dai 1200 metri di Fenils ai 3100 della vetta. Poi una discesa tecnica, fino a Claviere, metterà a dura prova muscoli e legamenti.
L’estate conosce, qui più che altrove, un tempo di vita brevissimo. Lo avevo constatato personalmente, nei diversi tentativi di raggiungere la vetta, durante i lunghi e solitari mesi di preparazione. Il mio primo “assaggio”, il 20 giugno, si era dovuto arrendere un centinaio di metri sotto il Colle, dal lato di Fenils, a 2600 metri di altitudine. Le lingue di neve sempre più fitte avevano rallentato la salita, interrotta definitivamente dall’arrivo improvviso di un furioso temporale di grandine e fulmini. L’ascesa era stata più fortunata un paio di settimane dopo, a luglio inoltrato, quando la vecchia carrozzabile militare, finalmente sgombra di neve fino quasi alla cima, mi aveva accompagnato fino al Colle. Da qui avevo seguito la massima pendenza, abbandonando i più facili tornanti della strada ormai erosa dal tempo, come previsto dal percorso di gara.
Nell’attesa dello “start”, mi affidavo ai ricordi, cercando di non lasciarmi impressionare dagli avversari: ciascuno ha la sua storia, le sue motivazioni. Ciascuno è solo con la sua gara. Meglio concentrarsi sui tanti allenamenti e trovare così fiducia e coraggio.
Lo sparo è come una lacerazione fra il prima e il dopo, fra l’attesa e la lotta. Rispondiamo come un organismo vivente. Un serpente silenzioso di atleti inizia a farsi strada lungo la Dora, inerpicandosi nel bosco, poco sopra l’argine, in direzione Fenils. Nessuno parla. Tutti, qui, conoscono la severità di questa montagna. L’unico rumore è il ritmo dei passi lungo il sentiero.
Il primo obiettivo è anche il più temuto: centrare il cancello orario di Claviere, dopo i primi 22 chilometri. Fra noi e quel cancello, ci sono 1900 metri di salita fino alle torri poste sulla cima, e poi la discesa su un sentiero tecnico e impegnativo, dal Colle verso Claviere. So che incontrerò altre salite dopo lo Chaberton (lo Chenaillet, il Gondran, lo Janus), per un dislivello complessivo di 3200 metri. Sulla carta, la seconda parte del percorso sembra meno impegnativa, ma molto dipende da quante energie rimarranno in corpo, dopo lo Chaberton.
Diversamente da ciò che avevo fatto in allenamento, decido di tagliare i tornanti della vecchia carrozzabile militare, arrampicandomi sulla via più ripida anche sotto il Colle. Ci ho pensato a lungo, nei giorni scorsi: preferisco affrontare una pendenza più dura, ma tagliare i 5 chilometri di sviluppo della strada. Il dislivello è così impegnativo, che da Fenils ben pochi hanno il coraggio di correre: si procede camminando a fatica, lungo stretti sentieri nei prati, creati dalle precedenti edizioni della corsa.
Ci sorprende il rumore di un elicottero: un serpente di oltre 400 atleti che si inerpicano, dal fitto del bosco, verso la parte più esposta della montagna, è uno spettacolo degno di una telecamera.
Man mano che procedo, tengo d’occhio Gps e cronometro. Nella precedente salita, un mese prima, avevo impiegato oltre 3 ore da Fenils, ma vorrei ridurre quel tempo per avere margine sufficiente dopo Claviere. L’unica strategia è spingere, spingere e salire, forzando il ritmo oltre quello che avevo provato. Mi concentro sul percorso, sulla distanza che mi separa dai compagni che mi precedono o che seguono. A circa 400 metri dal colle e 700 metri dalla vetta, affianco il primo concorrente in crisi. “Non mi aspettavo una salita così, ho forzato troppo”, ripete, come per giustificarsi. E intanto si massaggia i polpacci. Sarà uno degli oltre duecento concorrenti costretti ad abbandonare.
Arrivata al Colle, provo a fare un rapido calcolo, una proiezione per capire se riesco a stare nei tempi: il ritmo è buono, meglio di quanto avevo sperato. Un’iniezione di fiducia, mentre ascolto il ritmo assordante del cuore che mi pulsa nelle orecchie. Ho la sensazione di non aver mai tenuto una frequenza così alta per così tanto tempo. La pagherò dopo Claviere.
Finalmente il passaggio in cima, un rapido ristoro, giusto il tempo di registrare il pettorale al punto di controllo, e giù verso Claviere: peccato, la giornata è fantastica e avrebbe meritato una sosta panoramica. Durante la discesa mi accorgo che ci stanno raggiungendo (e superando) gli atleti di testa della K22, la “mezza”, partita da Cesana un’ora dopo di noi, che si fermerà al cancello di Claviere. E’ impressionante la velocità con cui affrontano la discesa lungo la franosa pietraia.
Gli ultimi chilometri prima del cancello orario sembrano non finire mai. So che Marco e i bambini, insieme a Gianfranco, saranno lì a vedermi passare. Non immagino, però, che ci saranno anche Annina, Fabio e Lucia con il suo pancione ormai quasi a termine: una foto, vicino ai tavoli del ristoro, fissa il ricordo di quegli attimi.
“Brava mamma, stai andando bene, forza forza..!”. Quasi non ho il tempo di sentire l’incitamento degli amici, nè di godermi l’espressione di mio figlio Lorenzo, che mi guarda come se vedesse un marziano sbarcare dalla navicella. L’unica cosa che riesco a vedere, è il sorriso di Gianfranco, appoggiato alle sue stampelle, e quella frase alla quale mi aggrapperò molto presto, come a una promessa: “Se io sono arrivato fin qui, tu devi arrivare al Monginevro”.
Da Claviere, il sentiero si inoltra per un breve tratto nel bosco, seguendo il corso di un torrente, per poi sfociare nel bel mezzo di una ripida pista da sci, sotto un sole che a quel punto si è fatto implacabile. E proprio il sole, il caldo e forse lo sforzo accumulato, mi presentano il conto. Non ho percorso neppure 5 chilometri dal cancello orario e dagli amici, e già sento forte il desiderio di mollare. Un dolore feroce si fa largo nella mia testa: il calore e la luce abbagliante del sole non danno tregua. In quel momento il traguardo sembra irraggiungibile.
Procedo come un automa, senza convinzione. Ogni passo, su quella salita implacabile, è un macigno. Centellino l’acqua: mi sembra il bene più prezioso che ho in questo momento. Poi la sosta, al margine del bosco, in cerca di un po’ di ombra per radunare le forze. Di fronte a me c’è uno dei tanti volontari che pattugliano il percorso per garantire l’incolumità dei concorrenti. Forse mi appisolo per qualche minuto: il dolore alla testa e la stanchezza mi danno un senso di torpore. Se il volontario mi offrisse una via di fuga da quella sofferenza, l’acceterei. Invece non dice nulla. E’ la mia fortuna.
Mi rialzo e riprendo la salita. Non c’è altro da fare.
Sono ancora indecisa se procedere o mollare, quando affianco un concorrente in piena crisi, che poco prima mi aveva superata. “Coraggio, dai, anche io mi sono fermata poco fa. Ce la puoi fare”. Lo dico più che altro per fare coraggio a me stessa. Cominciamo a camminare insieme. Emilio, vestito di bianco, diventerà un angelo, per me.
Riprendiamo forza e coraggio, mentre ci raccontiamo a vicenda la vetta da poco superata. Scopro che la fatica, in due, si affronta meglio.
Al punto di ristoro successivo, 10 km dopo Claviere, ne approfitto per una sosta fisiologica. Emilio decide di aspettarmi. Avrebbe potuto riprendere da solo e più rapidamente, ma come mi spiega lungo il cammino, quella è la sua filosofia. In montagna ci si aiuta, c’è un codice non scritto: non si abbandona un compagno in difficoltà.
Non so dove trovi l’energia per parlare, correre e indicarmi il meraviglioso paesaggio che si apre davanti a noi. La strada sembra non finire mai. Dopo ogni salita, si apre un altro tratto di percorso, un altro colle, un altro forte da raggiungere. Il caldo non molla, ma Emilio non vuole vedermi cedere. “Devi farcela, ormai sei arrivata fin qui. Non te lo perdoneresti mai. Non pensare al tempo, l’importante è finirla”. Pare un mantra: più mi sento vinta dallo sconforto, dal dolore e dalla stanchezza, più lui mi esorta a non mollare. Sotto lo Janus arrivano le lacrime, che cerco di nascondere: non ce la faccio a salire al forte. Emilio non discute: imbocca la salita, e io, incredibilmente, lo seguo. Che altro posso fare?
Giunti al forte, incrociamo l’ultimo controllo pettorali. Un’occhiata all’orologio: siamo nei tempi. Monginevro è a poco più di 5 chilometri. Questa volta le lacrime scendono anche a lui, mentre ci abbracciamo prima dell’ultima discesa.
Il dolore ai piedi, alle gambe, alla testa è tremendo, ai limiti del sopportabile. Ma Monginevro è in vista. Quello che riusciamo a dirci in quegli ultimi, interminabili chilometri, resterà impresso nei ricordi più intimi di quella giornata.
Finalmente il traguardo: sono passate 9 ore da Cesana e il Gps segna 46 chilometri percorsi. Matteo mi corre incontro, mi prende per mano per correre insieme gli ultimi metri. Lorenzo e Tommy urlano e saltano di gioia. Gianfranco è in piedi, appoggiato alle stampelle, con il suo sorriso “sapevo che ce l’avresti fatta”. Marco è pochi metri oltre il traguardo. Lo abbraccio, vorrei presentargli Emilio, dirgli che è grazie a lui se ce l’ho fatta. Ma Emilio, come ogni angelo che si rispetti, è già sparito nella folla del traguardo.

Cesana, cercando la giusta concentrazione, pochi attimi prima della partenza

Passaggio a Fenils, sta per iniziare la salita allo Chaberton

Claviere, metà gara, ristoro e foto ricordo. Da sinistra, Gianfranco, Lucia, Matteo, Tommaso e Lollo.

L’arrivo a Monginevro: il brindisi è di rito.

... Grazie a Claudia che mi fà avere il suo scritto.
Un"condensato" di emozioni,di momenti che difficilmente si dimenticano.
Naturalmente il"sottoscritto"è solo un piccolo tassello di tutto ciò.!
Buona lettura.
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