Qualche giorno fa Kilian Jornet ha pubblicato una serie di riflessioni, organizzate in dieci punti, sulla direzione che sta prendendo il trail running. Ve lo proponiamo in una serie di articoli (qui l'articolo completo di Kilian).
LA MORTE DELLE GARE TECNICHE?
Nel 1992 si disputò una gara che saliva e scendeva da Courmayeur fino alla vetta del Monte Bianco. Oggi sarebbe impossibile organizzarla. Non tanto per le autorizzazioni (che sarebbero comunque difficili da ottenere, ma togliamo il Monte Bianco e immaginiamo un altro itinerario altrettanto tecnico ed esposto, dove i permessi sarebbero teoricamente possibili), bensì perché sarebbe l’incubo di qualsiasi organizzatore. La democratizzazione dello sport ha creato il “paradosso della sicurezza”. Con migliaia di runner che arrivano dal mondo della corsa su strada e da altri sport di endurance, gli organizzatori devono affrontare costi assicurativi e responsabilità legali sempre più elevati.
Negli anni ’90 e nei primi 2000, quando venivano organizzate gare fino in cima al Monte Bianco, al Breithorn e molte skyrace, la maggior parte dei partecipanti proveniva dall’alpinismo e aveva una reale consapevolezza dei rischi da affrontare, oltre a una capacità tecnica che oggi manca in gran parte dei praticanti che gli permetteva di 1) restare vivi 2) restare in sicurezza 3) correre veloci. Questo è normale: all’epoca i partecipanti si contavano a decine (se va bene!), oggi a migliaia, e questo comporta una maggiore diversità di background.
Quest’anno, durante i Campionati Mondiali di Mountain e Trail Running a Canfranc, molti media e atleti hanno parlato di quanto fosse tecnica la gara. La gara non era tecnica. Era dura (rapporto dislivello/distanza), ma non tecnica se la confrontiamo con vere gare tecniche. Gare come il KIMA, la Travesera o le ormai scomparse Glen Coe Skyrace, Tromsø Skyrace o il Sentiero delle Grigne sono alcuni esempi di competizioni tecniche che, come vediamo, stanno scomparendo.

Da un lato, questo calo è dovuto al fatto che per gli organizzatori è sempre più difficile ottenere permessi, assicurazioni e garantire la sicurezza di tutti i partecipanti. Poiché il problema è più legato al controllo del livello tecnico degli atleti che alla “messa in sicurezza” del percorso, diventa sempre più complesso valutare in anticipo le capacità tecniche dei partecipanti. Vent’anni fa il numero di trail runner era ridotto e la maggior parte degli organizzatori conosceva bene quasi tutti gli iscritti. Oggi alcune gare richiedono un curriculum di competizioni e attività in montagna e impongono forti limiti al numero di partecipanti, ma alla fine si basa comunque sulla fiducia in ciò che gli atleti dichiarano sul proprio livello tecnico. E, non esistendo standard condivisi, le interpretazioni possono variare enormemente.
Ricordo che qualche anno fa ebbi una discussione con un trail runner “neofita”, proveniente dall’atletica e dalla corsa su strada, sull’uso delle superscarpe da strada su un terreno tecnico. Lui era convinto che funzionassero benissimo, io sostenevo il contrario. Dopo pochi minuti capimmo che il problema stava nel diverso significato che attribuivamo al concetto di “terreno tecnico”. Per lui erano strade sterrate ondulate e sentieri facili, dove faceva allenamenti blandi quando correva su strada. Per me era arrampicare su terreno fino al quinto grado.
Gli organizzatori di queste gare, che per loro natura hanno pochi partecipanti, operano quasi sempre senza scopo di lucro, e lo stress è molto alto: il pensiero costante è cosa possa accadere se qualche atleta non ha le competenze necessarie o se si verifica un incidente – perché in montagna gli incidenti succedono, indipendentemente dalle capacità. Col tempo, molti hanno quindi ridotto le parti tecniche ed esposte o hanno smesso del tutto di organizzare le gare, perché gli incentivi a mantenerle sono diventati inferiori ai potenziali rischi. Il principale beneficio resta l’orgoglio di condividere un bel percorso con altri atleti. Persino lo skyrunning, che è stato il portabandiera di queste competizioni, si è evoluto verso gare meno tecniche, che permettono più partecipanti, anche senza un vero bagaglio tecnico, risultando così più redditizie e trasformandosi in un circuito di massa.
Fino ai primi anni 2000 il trail running aveva diversi epicentri e discipline. Ogni comunità di runner conosceva a fondo le richieste implicite delle proprie gare (i fell runner sapevano che era tutto off-trail e senza segnalazioni, gli skyrunner che potevano finire in un crepaccio, ecc.). Con la globalizzazione dello sport e il passaggio degli atleti da una disciplina all’altra, queste richieste non scritte si sono progressivamente confuse. Con l’aumento dei partecipanti, lo skyrunning ha abbassato il livello tecnico delle sue gare. Nel tentativo di normalizzare le difficoltà, la neonata ITRA ha creato un indice sforzo-distanza, aggiungendo il dislivello positivo alla distanza orizzontale e sviluppando un algoritmo per calcolare il livello degli atleti indipendentemente da dove gareggiano. In seguito, UTMB ha introdotto un indice di performance simile basato sugli stessi parametri. In teoria è un’ottima idea, perché può indicare agli atleti se sono preparati o meno per una certa gara e qual è il loro livello. Il grande problema, a mio avviso, è che questi indici sono tutti bilineari: tengono conto di distanza e dislivello, ma gli aspetti tecnici vengono in gran parte persi. Altre discipline con una forte componente tecnica prevedono sistemi di valutazione (nell’alpinismo esistono le scale da F a ED+, nell’arrampicata vari sistemi di gradi, nel ghiaccio, ecc.). Nel trail running il problema è che alla fine è un’attività tridimensionale: abbiamo distanza, dislivello, ma anche tecnicità. In passato abbiamo cercato di convincere organizzatori, circuiti e federazioni dell’importanza di questo terzo asse, senza successo. Uno dei motivi, secondo me, è la retorica del “più duro/più lungo è meglio”, con molti eventi pubblicizzati come “i più duri di…”, senza analizzare davvero la natura delle difficoltà. Alla fine, poiché tutti gli indici trascurano la componente tecnica, le scelte degli atleti sono spesso guidate da quale gara permetta di ottenere l’indice più alto, anche perché sponsorizzazioni e riconoscimento vanno sempre più in quella direzione.
Credo che in futuro vedremo ancora alcune gare tecniche, probabilmente con pochissimi partecipanti e forse come eventi collaterali o semi-ufficiali. Ma se non vogliamo che il trail running diventi semplicemente una corsa campestre lunga o ad alto dislivello, e se vogliamo un ingresso più consapevole e sicuro per i nuovi praticanti, sarà necessario implementare un vero sistema di classificazione della tecnicità.