Il trail secondo Kilian - UNO SPORT PER RICCHI

La “triathlonizzazione” del trail running

Negli ultimi anni, l’immagine del trail runner “tipo” è cambiata radicalmente: dal corridore “dirtbag” (ndt: per “dirtbag runner” si intende una persona che vive in modo spartano, con pochissimi soldi, che dedica tutto il suo tempo allo sport, spesso dorme in furgone o tenda) o dall’alpinista di vent’anni fa oggi il “trail runner medio” è associato ad un profilo sempre più benestante, più anziano e disposto a investire somme importanti nell’esperienza e nello stile di vita legati al trail running. Sebbene la popolarità di questo sport sia ai massimi storici, questa evoluzione ha creato un panorama complesso, in cui partecipazione e inclusività convivono in un equilibrio delicato e spesso contraddittorio.

Il cambiamento più evidente è riscontrabile nel costo complessivo della partecipazione. Per molti, l’accesso alle iconiche gare da 100 miglia richiede oggi un impegno economico paragonabile a quello dei triathlon di alto livello. Con quote di iscrizione che superano frequentemente i 300–500 euro e liste di equipaggiamento obbligatorio che aggiungono altri 500 euro o più, la barriera economica all’ingresso non è mai stata così alta. Questa “inerzia delle grandi gare” si è propagata verso il basso, creando un ambiente difficile per gli eventi locali a basso costo, tradizionalmente organizzati da piccoli club o associazioni. Man mano che i grandi circuiti alzano gli standard in termini di assicurazioni, permessi, pacchi gara e dell’esperienza complessiva dell’evento, le gare di piccola scala e di base vengono progressivamente espulse dal sistema. Di conseguenza, lo sport sta perdendo proprio quei contesti che un tempo accoglievano un pubblico più giovane, locale e meno abbiente, sostituiti da una cultura del “viaggiare per gareggiare” dominata da chi dispone di un reddito elevato.

Questo cambiamento economico genera un paradosso in termini di diversità. A livello élite, i sentieri non sono mai stati così internazionali: i team professionistici stanno portando alla ribalta giovani atleti di talento e i runner d’élite dell’Africa orientale e dell’Asia dominano ormai i podi delle grandi gare europee. Tuttavia, questa diversità raramente si riflette nella partecipazione di massa amatoriale. Nel cuore del gruppo, il profilo dei partecipanti resta in gran parte omogeneo dal punto di vista socio-economico. Mentre assistiamo all’ascesa del giovane atleta “pro”, il giovane runner “ricreativo” è una presenza sempre più rara, spesso penalizzata dai costi di viaggio e dai complessi sistemi a punti necessari per qualificarsi agli eventi di livello mondiale.

Nonostante questi ostacoli economici, la storia di inclusività più significativa degli ultimi venticinque anni è l’ascesa del trail running femminile. C’è ancora molto da fare — esistono ancora gare in cui premi in denaro, inviti e condizioni non sono paritari — ma i progressi nella partecipazione femminile sono stati notevoli. Nel 1997, le donne rappresentavano appena il 13% dei finisher nelle gare trail; oggi la percentuale globale si aggira intorno al 46%. Tuttavia, permangono un “divario di distanza” e una differenza tra partecipazione agonistica e ricreativa. Se alle distanze di 10 km o inferiori si è raggiunta quasi la parità, la percentuale cala sensibilmente con l’aumentare dei chilometri: circa il 23% nelle ultramaratone da 50 km e appena il 15% nelle estenuanti distanze da 100 miglia.

Donne

Gli ostacoli alla chiusura di questo divario sono spesso più culturali che fisici. Un marketing intimidatorio, la mancanza di strutture pensate specificamente per le donne e le preoccupazioni legate alla sicurezza durante gli allenamenti in solitaria restano barriere significative. Tuttavia, alcuni successi regionali offrono una chiara direzione. La Scandinavia è oggi leader mondiale nell’equilibrio di genere: in Finlandia, le donne rappresentano circa il 43% della comunità trail, sostenute da una cultura radicata che incoraggia l’autonomia all’aria aperta fin dalla giovane età. Allo stesso modo, il Nord America ha ottenuto buoni risultati grazie a circuiti trail “solo donne” e a iniziative comunitarie che privilegiano la connessione sociale rispetto alla “brutalità”, consentendo a Canada e Stati Uniti di mantenere tassi di partecipazione femminile vicini al 40%.

Al contrario, le tradizionali roccaforti del trail running nell’Europa continentale, come Francia e Spagna, restano più sbilanciate verso una partecipazione maschile, spesso ferme a un 25–30% di presenza femminile.

Con la crescente professionalizzazione del trail running, la sfida dei prossimi anni sarà evitare che questo sport diventi un terreno di gioco esclusivo per élite e benestanti. L’aumento della partecipazione femminile dimostra che le barriere culturali possono essere superate, ma l’aumento dei costi e la scomparsa delle piccole gare locali suggeriscono che le “masse” del futuro potrebbero apparire molto diverse da quelle del passato. Trovare un equilibrio tra il prestigio dei circuiti globali e l’accessibilità delle associazioni e delle gare locali, delle competizioni basate sul volontariato e dello sviluppo dei sentieri nelle aree meno ricche tramite le associazioni resta un elemento chiave per un futuro davvero inclusivo di questo sport.