OLYMPUS MYTHICAL ULTRATRAIL 2023

di Franco Longo

 

Litochoro, Grecia , 1-2 luglio 2023

 

Lakkos, ovvero l'area ricreativa con bar e ristoranti lungo l'Enipeo, il fiume che nasce dall'Olimpo.

Sono le 23.30 e siamo seduti sul muretto in pietra e cemento a 10 metri dalla partenza. Siamo seduti io, Enrica, Marco e Cristina. Scambiamo qualche convenevole con qualcuno, ma il pensiero dominante è che sto per affrontare una nuova avventura, un nuovo viaggio con lo stesso entusiasmo, la stessa forza mentale, le stesse paure con cui avevo iniziato 15 anni fa. Le emozioni possono mutare in dettagli, ma nella forma e nei contenuti restano fondamentalmente le stesse. Stessa intensità, stessa attesa, stessa speranza.

 

Un insetto punge Enrica sulla coscia. Un momento di preoccupazione perché fa male e gonfia subito. Lei, ottimista, pensa a uno scorpione velenoso. Sarà stata una vespa o un tafano un po' incazzato. Un bacio forte a Enry, punta dall'enigmatico insetto inviato dagli Dei dell'Olimpo e siamo in griglia, purtroppo non sono ultimo e non riesco a capire quanti sono dietro a me. Pochi, questo è sicuro. Attendo che Lazaros, il direttore di gara, auguri a Marco buon compleanno in italiano, come da accordi. Il malandrino se ne dimentica.

 

Litochoro-Stavros (5 km)

Siamo pochi, ma non pochissimi. Questo è un incipit che avrò usato dieci altre volte nei miei racconti delle partenze. Non ha un significato preciso, forse è solo un modo semplice per iniziare il racconto di un viaggio,
che altrimenti non saprei come cominciare. 

Un escamotage in questo caso potrebbe essere l'utilizzo del countdown: deca, ennià, octò, eptà, ecsi, pende, tèssera, tria, dio, ena. 

Notte greca, saliamo sulla montagna degli Dei. L'emozione è grande. Fila ordinata ed educata lungo il torrente, si va in piano, si corre e si rallenta, si accelera e ci si ferma per un mini bouchon nel momento in cui inizia la salita. Sembra di essere su un ripido sentiero ligure. Diverse longitudini e latitudini, ma un solo mare. 

Marco dice che stiamo andando troppo veloci. È vero, ma tutti tirano come dannatissimi. Notte greca, notte di sudore.

Il primo settore verticale termina in un bel sentiero, molto corribile, quasi in piano. Leggera discesa e arriviamo al primo ristoro, che è affollato. È un classico di tutti i trail di tutti i tempi: siano tanti siano pochi i partenti, il primo ristoro è sempre un puttanaio. Una coca al volo e ripartiamo.

 

Stavros - Koromilia (13 km)

Notte stellata, le luci della costa sotto di noi creano uno spettacolo meraviglioso. La costa e il mare attirano, ma il nostro viaggio questa notte è verso l’alto, verso la dimora degli dei. Una distratta occhiata all’orologio dice che il tempo scorre veloce e c’è un ostacolo da superare, rappresentato dalle tre ore di gara alla barriera oraria. C’è un po’ di discrepanza fra il mio Garmin e i dati ufficiali di gara, purtroppo non a nostro favore. Tiriamo per stare dentro e ci stiamo per 5 miseri minuti. Ci rendiamo contro di averne 20 o 30 dietro di noi. Cosa sarà di loro? Saranno tutti fermati o saranno applicati criteri “mediterranei” sulla barriera oraria?

Acqua gasata e frutta secca e via senza perdere un istante.

 

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Koromilia - Petrostrougka 1 (18 km)

100/150 metri fatti. Porca puttana! Ho dimenticato la tazza al ristoro. Torno indietro e vedo gente che esce dal ristoro e gente che entra. Frontali in arrivo. Tutti sereni. Forse il cancello orario non esiste.

Mi riporto su Marco e saliamo bene, oserei dire gagliardi. Passiamo molti e speriamo di non pagare un prezzo troppo alto per la nostra baldanza, perché la salita è bella dritta per davvero, non per scherzo! La salita spiana e ci troviamo al ristoro all’aperto di Petrostrougka. Ripasseremo di qui fra 24 ore circa.

Volontari simpatici coperti in giacche a vento, guanti e berretto. Non ci rendiamo conto che fa freddo. Marco addenta una fetta di anguria e la vomita a stretto giro.

Ripartiamo perché fermarsi oltre vorrebbe dire prendere freddo.

 

Petrostrougka 1 - Oropedio (24km)

Ecco, se possibile adesso l’emozione sale ancora di più. Siamo andando verso la parte alta della montagna, ovvero dell’Olimpo, e stiamo andando verso il giorno.

Marco è davanti; ha un’andatura molto caracollante e di tanto in tanto scarta lateralmente. Confessa che ha molto sonno. Io invece sono un fascio di nervi scattanti e di sensi esaltati da quello che sto facendo/vivendo. Sono sull’Olimpo con un amico, Enri mi aspetta all’arrivo, davanti a me una settimana intera di vacanza. Bianca forse si sistemerà con il suo tirocinio, Alberto forse darà degli esami. Le pastoie castiglionesi forse si risolveranno. Tutto si risolverà sullo sfondo del mare greco, dell’insalata greca, della nostra vacanza greca che adesso è diventata realtà.

Primi chiarori del giorno. Un’alba indimenticabile. L’Oriente regala colori, calore e fiducia per il nostro viaggio. Il sentiero piega a sinistra e si alza, ripido, dritto a raggiungere una gobba sulla cresta. Un camoscio
per nulla spaventato ci apre la porta dell’alta montagna. Arriviamo ad un giogo dove tira aria gelida. Ci vestiamo. Metto la giacca e la bandana e ne sono molto contento. Contorniamo la cresta da una parte e dall’altra e vediamo un rifugio in basso. La nostra direzione è un’altra. Sempre un rifugio, ma in alto.

Mi sembra di essere in alta Valsusa; stessi scisti, stesse pietraie, stesse pareti sfuggenti che precipitano nella valle verso Litochoro, dove Enrica e Cristina stanno ancora dormendo e poi andranno in spiaggia,
mangeranno magari pesce e berranno birra alla spina.

Agili passi; ebbene sì, i passi sono ancora agili, molto agili. La mente irrora energia vitale alle gambe e tutto sta girando alla perfezione.

Ristoro dentro il rifugio. Mangio una porzione enorme di pasta in bianco scotta. Le porzioni enormi saranno una costante in tutto il trail.

Ci fermiamo abbastanza a lungo. La prossima puntata sarà la vetta dell’Olimpo e dobbiamo essere pronti. In realtà non saliremo la vetta più alta, chiamata Mytikas in quanto alpinistica, facile, ma alpinistica. Saliremo
sulla vicina punta Skolio di soli 10 metri più bassa.

 

Oropedio - Skolio (29 km)

Mentre esco dalla porta del rifugio, c’è un tipo che si sta gustando una sigaretta, contemplando il sorgere del sole. Lo invidio; una sigaretta me la fumerei anch’io, in questo momento.

Dimentico la faccenda della sigaretta molto presto, anzi quasi subito, nel momento in cui prendiamo uno splendido sentiero che taglia tutta l’imponente parete Est dell’Olimpo. Figata spaziale; queste poche centinaia di metri valgono da sole il prezzo del biglietto. E le emozioni salgono, crescono, si allargano. Stiamo andando su, non sappiamo da dove si passa, ma questo traverso è davvero un traverso degli Dei. 

Discesa e ne prendiamo subito 3 o 4 che vanno molto piano. Eppure è discesa abbastanza corribile. Svolta a destra e lo sguardo si impenna nel seguire il sentiero che va verso la vetta. Saranno 450 metri di
salita molto dritta, ma fortunatamente tutta all’ombra.

Raggiungiamo la punta Skolio fra le 8 e le 9 del mattino. Fa caldo, ma il caldo è l’ultima delle sensazioni che potremmo avere ora. Siamo sul trono di Zeus e il cielo limpidissimo ci fa vedere tutta la Grecia, o almeno
questa è la nostra impressione.

 

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Skolio - Agiantonis (31 km)

Discesa un po’ rotta di sassi, ma tutto sommato corribile. Marco la definisce la discesa dallo Chaberton. Consulto il road book schematico stampato, ma senza occhiali comincio a incrociare righe, colonne, km e dislivelli e la confusione regna sovrana. Oltretutto la discrepanza fra Garmin e dati della corsa non aiuta affatto. Si risale faticosamente a trovare quello che penso sia un ristoro, ma troviamo solo una costruzione abbandonata e molti dubbi sulla strada da prendere.

 

Agiantonis - Bara (32 km)

Le balises sono messe un po’ alla cazzo. Potremmo andare da qualsiasi parte e andrebbe bene. Vediamo gente in basso, ma potrebbero aver sbagliato anche loro. Nel dubbio li seguiamo. Discesa rotta che punta verso la stazione di arrivo di uno skilift. Il sentiero non c’è, ma le balises adesso sono più evidenti e tiriamo un sospiro di sollievo al pensiero che siamo sulla strada giusta. Raggiungiamo il ristoro, che non è bello, ma pur sempre un traguardo intermedio.

 

Bara - Charvalovrysi (44 km)

Inizia uno dei tratti più lunghi fra un ristoro e l’altro, ma stiamo bene e divoriamo la risalita che c’è.

Aspettiamo ulteriore ascesa, causa lettura della riga sbagliata sul road-book, ma arriviamo a una giogaia dove inizia una lunghissima discesa.

I greci in discesa sono lentissimi; privilegiano la camminata alla corsa e, se proprio devono correre, trotterellano come nemmeno gli ultimi qui da noi. La discesa è una infinita serie di tornanti; un bel sentiero, nemmeno troppo tecnico, nemmeno troppo ripido e qualche nube che a tratti copre il sole. Parto davanti io, superiamo uno, due tre, quattro .... Poi passa davanti Marco ..... cinque, sei, sette, otto .... Poi io ..... Poi lui.

Non abbiamo contato i sorpassi, ma non meno di 20/25 di sicuro. Dopo un ravanage fuori percorso in mezzo agli arbusti, per seguire un concorrente, planiamo a una fontana con acqua freschissima, dove ci sarà la prima bagnatura del cappello. Non immaginavo, ma ovunque (quasi ovunque) troveremo acqua freschissima ed estremamente gradevole al gusto.

 

Charvalovrysi - Karya (49 km)

Ripartiamo su una strada in pieno sole che sta cominciando a ribollire. Una risalita che ha il pregio di essere in mezzo agli alberi e una discesa ripida nella quale ne raggiungiamo altri 5 o 6. Usciamo nuovamente su una strada polverosa e l’operazione bollitura continua con ardore. Svolta su asfalto e raggiungiamo, con gambe adesso un po’ stanche il ristoro di Karya, base vita dove troviamo le nostre borse. Fortunatamente il ristoro è all’ombra e c’è anche una minima brezza a ritemprarci. Mangio riso in bianco, nonostante insistano per aggiungermi pollo, funghi, carne, condimento. Bevo tre Fante. Ci fermiamo quasi mezzora e ogni minuto in più che passa è desiderio calante di ripartire. Fanno cuocere sulla griglia bistecche di maiale. L’odore è forte, adesso non lo posso definire profumo. È odore che fa sobbalzare lo stomaco. Mi sento un po’ imploso. Marco mi sollecita a ripartire. Mi attardo alla fresca fontana a riempire le borracce e bagnare braccia, viso e cappello. Butto via i sali. Lo stomaco è già in crisi di suo.

 

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Karya - Bichtesi (55 km)

Un’occhiata all’orologio: le 12,20. Perfetto, sole allo zenit e gambe impastate che si incollano al terreno in salita in mezzo alle case di Karya. Pensieri torvi, sbagliati, cattivi. Maledico il benedetto ristoro. Era un’oasi, forse è stato una trappola. Respiro male, piedi artigliati a terra, sguardo basso, testa pesante. Caldo, caldo e caldo. Mi fermo per una pipì, ma riprendere è ancora peggio. Non un centimetro quadrato di ombra. Penso di mollare. Non ho voglia di soffrire. Di qui a sera prevedo sofferenza a gogo e non me la sento. Nemmeno un po’. La strada oltretutto è dritta, ripida e non fa sconti. Mentre i pensieri raggiungono lo zenit della negatività, entriamo in un po’ d’ombra; soffia una brezzolina piacevole e un rigagnolo mi consente di immergere il cappello e bagnarmi la testa. La pendenza raddolcisce, così come i miei pensieri. Adesso sono più lievi, più congrui, meno unidirezionali in sede negativa. Restano le gambe stanche, ma a questo ci penseremo poi.

L’importante è che lo spirito sia incanalato nella giusta direzione, la direzione del rientro a Litochoro. Un traverso lunghissimo fatto di sali e scendi che ha un solo unico pregio: attraversare tanti ruscelli che consentono alla testa di stare al fresco e ai pensieri a continuare a macinare in positivo. Un lieve rialzo e siamo al ristoro.

Una sola persona che parla male l’inglese, una fontana che spara acqua gelida buonissima. Le bottiglie di coca cola sotto la fontana che è come se fossero nel Lago Bajkal d’inverno. Bevo avidamente due bicchieri e vado a un millimetro da una congestione epocale.

 

Bichtesi - Pigadi (63 km)

Dovrebbe trattarsi di un tratto molto innocuo con poca salita costante e idem discesa. Così sarà. Supero la crisi coca cola, camminiamo di buon passo e da lontano veniamo salutati dai casinisti del ristoro che, muniti
di fischietti, campane e vuvuzelas, salutano da lontano i concorrenti in arrivo.

Potessero ci legherebbero e procederebbero all’alimentazione forzata. Vogliono che mangiamo a tutti i costi, ma ormai lo stomaco è un piccolo sacchetto dove non ci sta più nulla.
Ci salutano al grido di Forza Italia. Inutili scendere in dettagli politici che non capirebbero e non gioverebbero a nessuno.

 

Pigadi - Aigiannis (75 km)

Prime centinaia di metri al passo, poi la strada si inclina e poi diventa sentiero ripido, dove impartiamo la seconda parte della lezione di discesa ai greci che nel frattempo ci avevano ripassato. Stiamo nuovamente
bene e mi dico che arrivare al 75 km è cruciale per la buona conclusione del trail. Ancorché quasi tutto in discesa è un tratto lungo quasi 12 km e farlo arrivando integri è fondamentale. 

Purtroppo non riusciamo a seguire il filo dei km. Il mio Garmin che era in ritardo di 4 km, pare stia sorpassando il kilometraggio ufficiale. In pratica dopo la discesa nella valle, prendiamo una strada in terra che risale all’infinito, per poi prendere un sentiero ripidissimo che ci porta di fianco a un santuario ortodosso. Una signora grida qualcosa e le grido “Ciao”. Marco è imbufalito dal percorso sadico e temo la mandi affanculo. Non succederà. Bene, noi italiani nell’ultimo secolo abbiamo già arrecato abbastanza danni alla Grecia per non rischiare un nuovo caso diplomatico.

Vialetto in pietra per sbucare a un ristoro in posto improbabile, ma comodo e all’ombra.

Volontari top. Uno, resosi conto che siamo italiani prorompe in un elegantissimo “Si lavora e si fatica per la grana e per la fica” e per dare più enfasi alla sua affermazione abbina il nome popolare del suino più conosciuto a quello del supposto Creatore dell’Universo (Non è Big Bang). Poi ripete tre volte cazzo, un paio di vaffanculo, una minchia e non possiamo esimerci dal complimentarci per il suo lessico nella lingua di Dante. - Di dove siete ? -Torino. -Juventus ? -Vaffanculo, cazzo.

Tutti i ristori così, ma da sabato 1 luglio sicuramente ci saranno più granata in Grecia e meno odiati bianconeri a strisce. Riso e pollo. Prendine ancora, No grazie. Dai un po’ si sugo. Noooo. Birra, dai. OK per la birra. Buona la birra. Ci voleva.

Parliamo di cani randagi, fenomeno diffusissimo in Grecia e di tutto un po’. Mi sovviene del compleanno di Marco. Glielo dico e si leva alto nel cielo macedone l’Happy Birthday.

Gran ristoro. Adesso comincia la grande danse. Tenendo a bada evidente malessere nell’interpretare la tabellina, vediamo una salita di 750 m D+, una discesa più o meno altrettanto, un ristoro e una salita da 1.500 m D+ spezzata da un ristoro. In teoria si va verso la fine; in pratica verso un nuovo inizio.

 

Aigiannis - Tsouknida (80 km)

Si sale subito e non mi sento malaccio. Cioè, vado su molto meglio di quanto sarebbe stato lecito attendersi. Incrociamo Lazaros Rigos, il Race Director, sul percorso con una bionda a verificare il balisaggio in quanto ha avuto segnalazione di problemi. Ci intratteniamo con lui un attimo e ci dice che l’ultima salita sarà molto lunga e ripida. Grazie. Efkharisto.

Lo stop con Lazaros pare avermi tolto energie. Il passo è molto più pesante e patisco in modo indicibile la lunga salita. Dura, ma non impossibile. Mi dico che se è dura, ma non impossibile e faccio così fatica, sono spacciato. Mi dico che se è dura, ma non impossibile e comunque vado su, ci sono speranze di cavarmela. 

Marco è andato. Mi aspetterà al colletto/biforcazione, punto di controllo e ristoro con patatine e coca cola.

 

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Tsouknida - Kastana (85 km)

Si scende. No, caxxo, si sale ancora. Entriamo nel bosco e siamo al limite dell’accensione della frontale. La accenderemo in discesa nel momento in cui vedremo brillare e lampeggiare un milione di lucciole all
around. Bellissimo. Raccolgo qualche briciola di energia e provo a correre. Si è fatta notte, ma, pur essendo molto bello, si è modificata in peggio la magia della prima notte, quando si andava verso l’alba, ma soprattutto verso la vetta dell’Olimpo. Qui si va non si sa dove, si scende, si risale, si ridiscende, si risale, si sono perse le coordinate geografiche più elementari. È un casino.

Nonostante distacchi ormai abissali, riprendiamo due greci e arriviamo a un ristoro che sembra più a un rave party che non a un ristoro vero e proprio. Grigliano di tutti, bevono di tutto, parlano poco inglese e quel poco di inglese lo usano per la solita minchiata “Torino. So you are for Juventus”. Il medio alzato di nascosto si accompagna al “One only team in Torino and it has the same name of the city”. Torino è stata e resterà granata.

Chiedo un po’ di birra da una lattina piena a metà. Eh no. Me ne aprono una nuova con l’implicita esortazione a berla tutta. Prendo un pezzo di pomodoro e mi propinano un pezzo di pancetta grigliata.

Sono fermo nel mio diniego. Un morso di quel pezzo di grasso unto mi avrebbe rivoltato lo stomaco per l’eternità.

 

Kastana - Prionia (91 km)

Andiamo? Andiamo! Cosa vuoi che sia una salita da 1500 metri di dislivello adesso? Un gin tonic.

Il sentiero capisce il nostro smarrimento e si diverte. Gradini verticali a salire e rocce scoscese a scendere.

Attraversiamo sto cazzo di Enipeus almeno 6 volte da una sponda all’altra prima di salire. Ci chiediamo più volte se sia logico e giusto così. Probabilmente lo è, ma noi facciamo fatica ad accettare questa verità.

Si sale, comincio ad avvertire fatica e anche una certa distonia con la realtà. Cominciano pensieri strani, abbinamenti senza senso, ma tutto sommato sono ancora lucido e non mollo.

Una lunga scalinata ci porta di fianco all’Enipeus con le sue cascate, forre, laghetti, scivoli. Saliamo e io sono sempre più stanco. Marco scappa via. Mi passano uno, due, tre, quattro, cinque. Sono incollato a terra e,
incollato per incollato, mi siedo su un sasso per sentire meglio la musica della discoteca che deve essere nei pressi. La mente genera pensieri irreali, abbino nomi, luoghi, volti, azioni da LSD. Sono un unico divagare
della mente che prende percorsi davvero sconosciuti e spaventosi.

Però sono sempre io, so di avere due gambe e una testa che dice alle gambe di muoversi. E succede proprio così. Riesco a schiodarmi dalla mia trance.

Arrivo vicino a una malga con cani che latrano. Un mostro, forse il cavallo di Troia, mi fissa minaccioso.

L’LSD non ha ancora terminato il suo effetto. Tant’è che con la coda dell’occhio vedo due frontali in arrivo e mi dico che in tre ci sono il 66% in meno di probabilità di venir sbranato dai cani latranti o calpestati dal cavallo di Troia.

Sto con i due fino a pericolo scampato e poi mi rimetto al mio passo stanchissimo e incollato a terra. Non penso a nulla, se non a un ristoro che nei miei pensieri sarà fichissimo. Non è fichissimo; è squallido, ma trovo Marco che mi attende. Gli comunico i miei sentimenti e che prenderò una decisione se continuare solo dopo un congruo riposo. Gli ingiungo di partire perché non lo voglio impigliare nei miei voli lisergici o peggio ancora in un cancello o in qualche strano ravanage Olimpico. 

È titubante nel lasciarmi lì da solo, ma io ho solo bisogno di resettarmi. Eleggo a luogo del reset una panchina in legno. Mi corico e mi butto addosso la giacca a mo di coperta. Forse riesco anche a dormire qualche istante. Mi ridesto in preda a un freddo atroce. Tremo come una foglia. Capisco che devo anche mangiare. C’è poca roba e nulla di caldo. Vada per una torta al formaggio (pessima) e un succo all’arancia, che essendo quasi finito, hanno l’idea geniale di allungare con la Fanta. Ne esce una bevanda da vomito. Torta al formaggio e long orange drink a parte, pare che il reset sia avvenuto. Non so cosa succederà, ma so che ripartirò a breve

 

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Prionia - Petrostrougka 2 (97 km)

L’ultimo prima di me è ripartito da tanto tempo. Sono stato tanto da solo prima che arrivasse qualcuno. Sono in tre che arrivano mentre sto facendo i primi passi verso il mondo verticale. Il reset pare abbia
funzionato e i primi passi sono discreti. La mente è tranquilla e, a parte strane creature che vedo nella foresta, i pensieri non subiscono per ora alcuna deviazione perniciosa.
Unica cosa i catarifrangenti incollati agli alberi non sono segnalazioni del percorso, ma un qualcosa che non riesco a definire, in ogni caso una cosa che non centra nulla con la corsa. I km dati dal mio Garmin diventano i km di Bianca.
Inconsapevolmente ridiscendo nel territorio mentale di disconnessione dalla realtà, mescolo Dostoevskij e email di lavoro, cibo e cilindri di stampa, alberi e trattati filosofici. Non un solo pensiero segue un filo conduttore, ma la mente tesse una regnatela da cui lei stessa viene intrappolata.

Mi fermo una prima volta; il nulla totale davanti e dietro di me, eppure vedo ombre muoversi, sento versi di animali. La discoteca si è allontanata, almeno quello.
Mi fermo una prima volta; mi siedo, chiudo gli occhi, forse mi assopisco anche qualche secondo. Con sforzo sovrumano mi alzo. Riparto. Mi fermo nuovamente. Un incubo senza fine. So che ci sono 80 metri di D- e
non riesco a capire dove, quando e perché. Il sentiero si ammorbidisce. Traverso e cartello Petrostrougka 4 km. Vado di Garmin, ma mi incarto, non capisco più una sega di niente. 

Raggio di luce in questa notte assurda il tubo dell’acqua. Tubo dell’acqua? Si, il tubo in PVC che prende l’acqua da qualche torrente/sorgente e lo porta al rifugio. E vicino al rifugio c’è il ristoro e dopo il ristoro la
discesa e dopo la discesa l’arrivo. Il tubo non può essere a kilometri dal rifugio. Il tubo segue il sentiero e io seguo fiducioso il tubo. Il tubo si allunga, ma non può allungarsi a dismisura. Luci, un rifugio e una malga.
Occhi di pecore o di cavalli di Troia che mi puntano; scemo io a puntare la frontale su di loro. 

Alba incalza, ma è ancora scuro. Non ci sono le luci del ristoro, anche se dovrebbe essere qui. Sulla destra c’è una bandella, ma molto più evidente è la bandella di sinistra che seguo. Un’altra, un’altra ancora, catarifrangenti. Seguo con fiducia di trovare il ristoro più avanti. Nulla, si va verso il nulla più totale. Mi dico che comunque è una buona cosa seguire queste bandelle perché può darsi che abbia saltato il ristoro, ma sono sulla strada che mi porta all’arrivo. Però dovrei scendere e invece continua a salire. Un’occhiata alla quota che mi dice 2200 metri. Vacca puttana, ho cannato alla grande. Si fa strada il pensiero che ho ripreso le bandelle del mattino prima e se le seguo salgo nuovamente verso la vetta dell’Olimpo. Declino il Porco/Porca in tutti i casi di tutte le declinazioni di tutte le lingue del mondo. Chiamo Lazaros; non mi risponde. Arriva salvifico un messaggio di Enri che alle 5,30 del mattino mi chiede come va. La chiamo e le dico che va di merda perché mi sono perso pur essendo nelle bandelle. Intanto scendo verso quote più congrue alla posizione del ristoro. Salgo su una montagnola e vedo il rifugio, ma non c’è traccia di ristoro. 

Mi dice di allertare premendo il tasto di emergenza sul GPS. Lo faccio, ma non succede una mazza. 

Enri mi dice che scenderà al traguardo a dare l’allarme. Dopo dieci minuti mi richiamano dicendomi se vedo il rifugio; accidenti se lo vedo, sono qui davanti. Stai fermo dove sei! Esce uno che si sbraccia e che mi svela l’arcano. Il ristoro, contrariamente all’andata, era dentro il rifugio e non era segnalato in alcun modo. Io ho seguito la bandella che a senso avrebbe dovuto essere tolta. Se però sono stato l’unico a sbagliare, non accampo scuse, la colpa è mia e stop. 

Cosa ha significato questo ravanage? Circa un’oretta, aggiunto stanchezza a stanchezza infinita, incazzato come un bufalo, ma anche un’alba magica e alternativa, la felicità di essere stato ritrovato e la voglia di fare
una nuova ultima rincorsa per stare dentro il tempo massimo. 

Inghiotto qualcosa veloce e riparto.

 

Petrostrougka 2 - Gkortsia (103 km)

200 metri di discesa e mannaggia again. Ho dimenticato i bastoncini dentro il rifugio. Vedendomi tornare su, il volontario mi viene incontro “what happened?” “The poles”, “Stop and stay here”. Sale come un
razzo, entra dentro il rifugio ed esce correndo con i miei bastoncini arcobaleno in mano. 

Bruttissima discesa con sassi e radici. Tante tracce che si incrociano. Sentiero battuto, ma troppo battuto con moltitudine di tagli spesso senza senso. Non vedo balises, chiedo a due hikers che stanno salendo se la
direzione è giusta. Mi dicono di sì e che presto vedrò balises. Trovo un climber con casco e corda; mi dice che va a fare la punta Stefani all’Olimpo. Mi conferma che sono sulla buona strada. 

Corro dove posso e quando posso. Le gambe sono discrete, ma la stanchezza è generale, forse è stanchezza dell’anima. È un tratto che trovo lunghissimo. Mi chiedo se arriverò in tempo entro le 10 del mattino. Provo
a fare esercizi complessi, ma alle 7,30 quasi improvvisamente arrivo al punto di ristoro di Gkortsia, nome georgiano che evoca chissà quali storie caucasiche.

Un bicchiere d’acqua e la domanda “quello prima di me è passato da più di un’ora?”. Mi dicono una decina di minuti.

 

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Gkortsia - Zilnia - Litochoro (110 km)

No way, lo devo prendere. Asfalto in leggero salita e poi giù per un sentiero dritto che sgorga in una rampa in salita che sarà il preludio ai 175 metri di risalita che dobbiamo fare ancora. Comincio a vedere concorrenti davanti a me sul sentiero, panchine, pergolati, cani sdraiati, gatti appostati. 

I pensieri non sono coì gravi come quelli della notte, ma le visioni sono straordinarie. Salgo, salgo, questa risalita nel nulla sembra non finire mai. Inizia il caldo, il vero caldo greco.

Finalmente la discesa e vedo - adesso non si tratta di un miraggio o di una proiezione della mente – tre che camminano davanti a me. Li passo a velocità tripla. Mi dicono bravo. Intendevano forse il ravanage attorno

al ristoro che non c’era?

L’avere la certezza di non essere più ultimo mi mette le ali ai piedi e ne raggiungo un altro e poi altri tre poco dopo.
Adesso volo sulle pietre. Telefono ad Enrica che sono sui tetti di Litochoro e che fra 10 max 15 minuti sarò a Lakkos. Mi dice che Marco è arrivato da un paio di ore e che mi verrà ad aspettare, “dammi tempo di arrivare”. Dare tempo di arrivare? No, adesso tiro come un mulo, adesso nei passi di corsa annego la crisi della penultima salita, il delirio onirico dell’ultima, il ravanage gratuito dell’alba. 

Attraverso la strada per prendere il lungo Enipeus. Riconosco il sentiero di sabato notte. Mi metto al passo, ma non appena percepisco il selciato che adduce all’arrivo corro nuovamente.

32h54’ e tot secondi suggellano la fine di uno dei trail più vissuti della mia carriera, uno dei più densi di emozioni e sensazioni di sempre. 

Bevo un’acqua tonica con la medaglia finisher al collo. Ci dirigiamo verso la Tipo Bianca. Mi sdraio sul sedile posteriore.

Arrivo a casa e una doccia mi ritempra. Mi sdraio sul letto e penso che sono le 9,30 della domenica e domani non andrò in fabbrica a Bellinzago, ma trascorrerò una settimana di vacanza in Grecia.

È bellliss .........zzzzzz..........

 

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