Un anno fa … esattamente un anno fa conoscevo il mondo del trail, esattamente alla Magredi Mountain Trail. Ero letteralmente rapito dalla soddisfazione che leggevo nelle facce di quegli uomini e di quelle donne che tagliavano il traguardo di Vivaro. La colonna sonora della mio passato sportivo è sempre stata caratterizzata dalla dimensione agonistica, dimensione che, oggi, rifiuto letteralmente. Ho cominciato a vivere, frequentare e correre in ambiente alpino con persone che fortunatamente mi hanno insegnato a godere di ben altri aspetti, che poco niente si curano del cronometro, o della posizione in classifica e che, in modo particolare, godono a pieno di tutti quelli aspetti umani legati alla bellezza dei territori che ti fanno vivere pienamente queste fantastiche avventure. Oggi, forse un pò incoscientemente, dopo solo sette mesi di gare incominciate il mese di marzo con i 60 km ed i suoi 2200 metri di dislivello positivo di Ultrabericus, il ritrovarmi quì a Vivaro, ai nastri di partenza di una gara che ne misura 160 di Km con 7000 metri di dislivello positivo, mi da, davvero, molta ansia. So che sarà lunga e dura, ma sono anche sicuro della preparazione fatta e mi rallegro al pensiero che presto sarò avvolto dalle emozioni che questo viaggio spettacolare saprà sicuramente regalarmi. Non vedo l’ora di poter avvolgermi nel silenzio della notte, ascoltando le voci del bosco e godere di giorno dei mille colori e paesaggi lungo il percorso, accettando sereno, quello che la natura è, a volte mite, altre severa. La montagna non è mai ostile, se la rispetti e l’ascolti e solo imparando ad accettarne e rispettarne i propri limiti, la potrai vivere e fruire con fantastiche emozioni. Per molti trailers non c’è nulla da dimostrare partecipando a queste lunghe prove di endurance, a molti di questi atleti poco importa la posizione in classifica. Quello che invece conta è esserci, averla vissuta, poter attraversare la linea d’arrivo stanchi ma con il sorriso e, magari, poter raccontare e condividere le emozioni vissute.
Sono le 16.00 di venerdì 4 ottobre quando arrivo a Vivaro nel luogo deputato alla punzonatura per questa temutissima MMT 100 Mile, vedo già qualche faccia conosciuta, in particolare Stefano e Luca con i quali scambio volentieri qualche battuta. Tutto serve a distrarmi ed allentare la morsa della tensione pre gara. Organizzo il materiale nelle borse destinate alle tre basi vita e controllo, come mia abitudine, lo zaino, tutti gli spazi sono gestiti al meglio…Sono sulla linea di partenza e molti sono gli atleti che conosco. Sono pronto!! Alle 18.00, esattamente come da programma, il via.
Sto correndo nell’alveo del torrente Cellina sprofondato nella sua falda acquifera, nella zona cosiddetta dei “Magredi”…territorio, questo, da cui prende il nome la gara e l’omonima Società organizzatrice di cui faccio parte. Un area di terreno questa, compresa tra i torrenti Cellina e Meduna. “Magredi” sta per terre magre, sono ampi terreni stepposi, aspri, unici nel loro genere, interamente ricoperti da sassi. Sono veramente un angolo di natura selvaggia in provincia di Pordenone nel cuore del Friuli. La serata è splendida, alla mia sinistra uno splendido tramonto, fronte a me, limpide, svettano le Prealpi Bellunesi, con al centro il Massiccio del Cavallo, riconosco alcune fra le sue cime, sono meta di molti miei allenamenti.
Percorriamo una quindicina di chilometri dentro ai Magredi, il gruppo di partenza si è già sfoltito, molti sono già avanti, io a fatica mi impongo una corsa in tranquillità. La distanza è un’incognita e uguale il dislivello, preferisco gestirmi. Dopo il secondo ristoro, poco fuori l’abitato di Grizzo, cominciamo la prima vera salita, il primo “millino”, si va su in direzione forcella Giais. E’ già buio, le frontali sono accese, siamo un bel gruppetto, in testa a fare l’andatura le veterane Paola e Roby, se la raccontano allegramente, si percepisce, sono perfettamente a loro agio intrise nell’ambiente. Il sentiero sempre diverso, in salita è facile. L’aria è limpida, complici le piogge degli ultimi giorni. Appena in quota, possiamo vivere l’emozione dei mille balconi sulla pianura Pordenonese sottostante, disseminata dalle luci dei vari paesi. La temperatura, man mano che saliamo, si abbassa repentinamente, ci sono anche delle raffiche di vento freddo, quando decido di fermarmi per vestirmi sono già molto infreddolito. Il freddo appena preso mi costringe a qualche stop fuori programma prima e dopo casera Giais. In casera un vero e proprio clima di festa, fuori un grande fuoco acceso dove tutti si riscaldavano, dentro un calore avvolgente, sulla tavola cibo in abbondanza. Come rifiutare un panino caldo con salsiccia appena cotta alla brace e due buoni bicchieri di birra?….Impossibile!!! Riparto a fatica, lascio alle spalle una vera e propria festa. Il sentiero s’inerpica verso forcella Giais non troppo lontana. Subito passata la forcella usciamo in zona Piancavallo, nella zona delle malghe, riconosco i sentieri e le casere Valfredda prima e Caseratte poi, a quest’ultima ci passiamo proprio a fianco. L’arrivo a Piancavallo, fredda e solitaria, è cosa da poco e l’ingresso alla prima base vita di casera Capovilla è una vera sorpresa. Al suo interno un grande camino acceso ed un caldo rigenerante, molti sono i commensali festosi seduti attorno ad un enorme tavolo imbandito con abbondante e vario cibo. L’impressione e tutt’altra che quella di essere ad una base vita di una 100 miglia. Trovo a fatica un posticino, mi siedo e mi servono prima una spettacolare, fumante, zuppa di verdure calda, poi, prendo anche una mezza porzione di pasta e, per finire, dato che l’appetito viene mangiando, uova, formaggio e patate. Ovviamente il tutto annaffiato da buona birra. Direi più che perfetto. Mentre mi cambio vedo Paola, amica e compagna di squadra che sta per ripartire. Gli chiedo di aspettarmi ed andiamo assieme. Usciti dalla base vita, prendiamo un susseguirsi di sentieri e stradine quasi sempre in leggera discesa, immersi in splendide faggete. Il silenzio della notte è interrotto solamente dal rumore delle foglie caduche tra i rami degli alberi, ed, a terra, dal crocchiare delle stesse calpestate al nostro passaggio. Respiriamo oramai l’autunno inoltrato. Lungo questo piacevole primo tratto incontriamo qualche altro atleta e siamo presto al ristoro di casera Pala. Non ho la più pallida idea di che ore siano, so solo che siamo nel cuore della notte, questa sensazione mi piace, siamo un gruppetto ristretto ed insieme ci riscaldiamo bevendo un the caldo. Con la luce della frontale al massimo ripartiamo per quello che è stato, davvero, un tratto di discesa molto impegnativa. Nonostante la mia attenzione sia a mille, finisco brillantemente a terra tre volte, esperienza questa, che vedo condivisa anche dai miei occasionali compagni di viaggio. Fatichiamo non poco prima di intravedere le luci riflesse sul pelo dell’acqua del lago di Barcis. La discesa ha fatto l’ennesima selezione, ora siamo solo in tre, oltre a Paola, si è unito Stefano. Percorriamo, tranquilli, chiacchierando, il tratto in piano lungo il lago. Dopo la sua imponente diga prendiamo un sentiero molto conosciuto e turistico. Siamo nella forra del torrente Cellina nel sentiero cosiddetto del “Dint”, area, questa, particolarmente curata e generosa di molteplici sfumature che caratterizzano l’ambiente naturale di tutta questa zona. Il buio non ci fa gustare i numerosi balconi e gli inghiottitoi scavati nel tempo dal torrente. Alla fine del sentiero raggiungiamo località Molassa, questa zona la conosco bene, mi è particolarmente cara, in mente riaffiorano mille ricordi legati alla mia infanzia, i primi campeggi in località Andreis che lasciamo alla nostra sinistra e le prime scampagnate in bici che ci vedevano arrivare qui, dopo circa 40\50 km, percorrendo la vecchia, cara, suggestiva strada della Valcellina. Un capolavoro questo di strada, incastonata tra le aspre gole di questa valle indubbiamente affascinante, che oggi, purtroppo, è chiusa in attesa di essere, in futuro, fruita come spettacolare pista ciclabile. Lascio questa zona per me densa di ricordi, in direzione della borgata di Bosplans che raggiungiamo dopo un breve sentiero in leggera salita. Proseguiamo, non prima di rifornirci d’acqua alla vecchia e caratteristica fontana del paese. Ancora un tratto in salita per poi attraversare una zona, per me nuova, in direzione di Maniago. E’ l’alba quando io e Paola raggiungiamo le prime case del paese, un rosso intenso, forte, colora l’orizzonte e ci accompagna in questo tratto. Siamo al ristoro di Maniago, Paola si rende disponibile per un intervista al volo, i pochi minuti d’attesa fanno si che ci ricompattiamo, siamo un pò d’atleti, poi, le piazzano in testa una telecamerina al fine di riprendere un tratto di percorso. Ripartiamo, siamo un gruppetto, sbagliando direzione. Non troviamo balises e ritorniamo indietro. Fatti due km, stessa musica, ad un bivio non ci sono balise, le ritroviamo spostate ed a terra, poco più avanti. Due occasionali compagni d’avventura hanno il gps nello zaino, tentiamo di leggere e seguire la traccia indicata dagli strumenti. Percorso, però, un tratto di strada, non vedo balises, c’è incertezza, sono infastidito, arrabbiato, telefono all’organizzazione e ritorniamo indietro. All’incrocio del dubbio, prendo dalla parte opposta e fatti pochi passi ritrovo finalmente le giuste indicazioni. Sto bene, l’andatura è tranquilla sento, però, purtroppo, le prime avvisaglie di vesciche in arrivo. Arrivo solo alla base vita di Poffabro, i bei colori dell’alba sono cambiati repentinamente, soffocati, ora, dal grigiore di nubi plumbee. Non piove. Mi infilo subito dentro, ho fame. Subito mi viene servita un piatto di pasta fumante al pomodoro, sento che è quello che ci vuole, poi, un brodo caldo e non posso non assaggiare tutte le varie pietanze del menù vegano proposte, quindi….. solita birra e corro a cambiarmi. Improvvisamente ricompare Paola, in mano ha due provvidenziali cerotti antivescica, uno lo indosso subito, l’altro, decido di conservarlo per verificare più avanti la zona prioritaria del piede per piazzarlo. Soddisfatto, ristorato e rigenerato riparto con lei sotto una pioggia battente che ci costringe ad imbacuccarci per bene. Il fondo del sentiero che ci apprestiamo a percorrere è fangoso, a volte molto scivoloso. Le condizioni meteo avverse ed il terreno reso di conseguenza impegnativo fanno in modo che poco possiamo gustare di questa zona. Nel mezzo dei boschi che stiamo attraversando incontriamo alcune persone dedite imperterrite sotto la pioggia alla raccolta dei funghi. Nei loro volti la fierezza di chi ritorna con un bottino generoso, nei loro cesti le delizie di stagione: tanti funghi e castagne. Ora non piove piu. Al ristoro di Casasola la mia attenzione cade su un bel vaso di Nutella, ne approfitto. Ne stendo una dose generosa su pane fresco, poi frutta secca. Ripartiamo imboccando subito un sentiero molto impegnativo in salita. Ho ben chiaro il grafico e l’altimetria di ciò che mi aspetta, sto per iniziare la salita più dura della gara. Paola continua con il suo passo regolare, la incito ad andare, per me ci sono ancora troppe incognite e molta ancora la strada da fare. Preferisco gestirmi e fare un ritmo più tranquillo, poco dopo la vedo già lontana. Quei rari momenti quando le nuvole basse lo permettono, posso soffermarmi e godere di paesaggi mozzafiato. La salita è veramente tosta, e durante l’ascesa incontro solo un concorrente, condividiamo la fatica dell’ultimo tratto, non c’è molta voglia di parlare, infine grondanti di sudore, finalmente insieme arriviamo in cima. Il sentiero, ora meno impegnativo, propone un continuo sali e scendi in cresta, siamo appena sotto la cima del monte Rodolino, vicino a noi l’imponente monte Raut. Non conosco la zona, sono convinto che non manca molto a Casera Valine Alta, la realtà invece, molto diversa. Questo continuo su e giù sembra non finire mai, sono rimasto da solo, l’occasionale compagno di viaggio fatica a tenere il mio passo. D’improvviso sono avvolto, immerso nella nebbia fitta, tutto diventa un pò ostile, non vedo nulla di ciò che mi circonda, fatico a tenere il sentiero. Fortunatamente sto bene ed affronto con serenità questa nuova dimensione. Quest’ultimo tratto richiede molta attenzione da parte mia, e questo oltre a divertirmi mi mette una gran fame, frugo nello zaino e nel mezzo di un contorto mugheto mi concedo una breve pausa con un panino al prosciutto e formaggio. Riparto che fortunatamente la nebbia si è diradata e dopo percorso poche centinaia di metri incontro casera Sainchieit chiusa. Da quest’ultima e il ristoro di casera Valine Alta, il tratto è molto breve. Infreddolito mi infilo subito dentro e mi siedo vicino al camino acceso Uno scoppiettante e vivace fuoco, illumina l’interno della casera e la rende familiare. Piacevole l’ospitalità dei volontari che con mille domande mi servono un buon brodo caldo. Mangio ancora volentieri patate e uova sode e frutta. Sono sorpreso dalla inconsueta voracità che mi assale quando arrivo ai ristori, ne sono felice, so che il benessere che mi accompagna in questa gara molto dipende dalla qualità e quantità di cibo che con facilità e gusto riesco ad ingerire. Esco come sempre ristorato fisicamente dal cibo e nello spirito, la simpatia e la cordialità dei volontari è, come sempre, senza eguali. Incomincio la discesa attraversando un bosco di faggi, il sentiero che prendiamo taglia verticalmente la carrareccia che porta su alla casera. Le faggete mi piacciono molto, questa in particolare, la trovo ordinata, le piante sono perfettamente disposte, tutte hanno il giusto spazio, sono sorpreso da come la natura riesca ad essere così perfetta nel design boschivo. A rendere il tutto ancora più suggestivo e colorato con mille variazioni di colori caldi, ci pensano le foglie cadute da poco. La discesa è veloce, facile. Sto per arrivare a valle quando l’ennesimo spettacolo mi blocca. Siamo quasi al tramonto, il sole filtra forte tra gli alberi, intravedo, tra le fronde dei rami, i colori autunnali del bosco riflessi sul pelo dell’acqua del lago di Selva. Godo dell’immagine spettacolare. Un breve tratto di carrareccia lungo il lago, accompagna la gara verso la prima diga del lago artificiale di Cà Selva sul torrente Silisia. La diga è un opera imponente, tipicamente e magistralmente costruita ad arco, ci passo proprio sopra, poi, un paio di km di strada asfaltata mi portano all’imbocco della prima delle due caratteristiche gallerie lunghe circa due km ognuna, verso il lago di Cà Zul. Il buio e la molta acqua che cade al loro interno mi costringono ad indossare la torcia frontale e la giacca antipioggia. Attraversata anche la seconda diga sul torrente Meduna ci incamminiamo lungo la sua sponda. Il sentiero in costa alla montagna lo conosco bene, brevi tratti sono esposti e molti sono i spettacolari balconi sul torrente sottostante. Il sentiero si fa ora mulattiera, più largo, era l’unica via che collegava, al tempo, Tramonti di Sopra alla località di Frasseneit. A testimonianza del tempo andato, ancora in piedi, i ruderi di alcune delle case che formavano l’antico borgo alpino. Arrivo, alla terza ed ultima base vita di Tramonti di Sotto, al crepuscolo. Al mio ingresso, il piacere d’incontrare nella inconsueta veste di volontario, il grande campione del trail, Ivan Cudin. Diventa così un ulteriore piacere, condividere alcune impressioni vissute durante la gara mentre, tranquillamente, consumo l’ennesimo fumante piatto di pasta al pomodoro. Esco dalla base vita che è già buio pesto, sono in compagnia di Stefano ed il suo pacer Daniele. Il pacer è una novità introdotta nel regolamento della Magredi Montain Trail, prevede, appunto, di poter condividere con un amico l’ultimo tratto di 40 km di gara. Daniele è una “botta di vita”, il suo essere allegro ci distrae dall’insistente bisogno di dormire che ci assale lungo il tratto in salita che stiamo percorrendo. E’ la seconda notte consecutiva di gara, la stanchezza comincia a farsi sentire. Nonostante Daniele sia enorme nel tenere viva la conversazione, il sonno è devastante, con Stefano decidiamo di fermarci e dormire per 5 minuti. Ci sediamo su dei massi ma l’umidità della sera presto ci raffredda, è il motivo per il quale decidiamo di ripartire subito, ci ripromettiamo la sospirata sosta sonno al prossimo ristoro. Stefano conosce bene questo tratto di percorso, lo descrive perfettamente, passo, passo. Fatichiamo molto per arrivare in cima a quella che è l’ultima, vera, salita della gara. I tratti di discesa che seguono, sono tra i più impegnativi di tutto il percorso. La muscolatura delle gambe comincia a farmi male, la discesa è impervia e scivolosa tanto da mettermi a dura prova, a volte rimanere in piedi è molto difficile. Molti passaggi sono tecnici, la pendenza è notevole, il fondo anche qui è molto fangoso. La tensione ora è a mille, i piedi, a questo punto, sono a dura prova per le vesciche. L’arrivo al ristoro di Borgata del Bianco è una liberazione. Ad attenderci un allegro gruppetto di persone, che ci fa una gran festa. Scopro subito che sono amici e famigliari di Stefano. Sulla porta del ristoro c’è un grande striscione tutto per lui, dentro la sua mamma è il suo papà che gestivano il tutto. Prima di mangiare ci stendiamo su di una panca e , finalmente al caldo, ci concediamo 10 minuti di tranquillità. Mangiamo poi di tutto, dolce e salato. Prima di ripartire, due foto fermano e racconteranno un bel quadretto famigliare. Ripartiamo in leggera salita, Stefano mi descrive ancora i dettagli del percorso che prevede un altro tratto molto difficile da fare. Il fondo del sentiero diventa, in vari tratti, un canalino di scolo delle acque, è composto da grandi ciottoli resi estremamente scivolosi dal muschio umido cresciuto sopra. Tutta la tensione nel percorrere alla luce della torcia questo tratto mi tiene ben sveglio. Fortunatamente arriva presto l’abitato di Meduno. “Finalmente”, penso. Stefano avanza a fatica, da dietro intravedo la luce di una frontale che presto ci raggiunge. E’ Roberta . Provo a starle a fianco, capisco che le gambe girano ancora, realizzo che posso correre, ma l’andatura che tiene la Roby è decisamente alta, preferisco fermarmi e gestirmi ancora. Riparto solo, poco fuori Meduno lascio Stefano e Daniele e mi “fiondo” letteralmente dentro il greto del torrente Meduna, nuovamente sui Magredi. Mi giro indietro, voglio simbolicamente, così, salutare e ringraziare quelle montagne che tanto clementi sono state nei miei confronti. So che manca poco e l’adrenalina inevitabilmente sale a mille, la mia prima 100 miglia è quasi cosa fatta. I Magredi, in questa zona, sono caratterizzati da sassi piuttosto grossi ma, come sempre accade, il sapere che ci sei quasi mi fa dimenticare ogni fastidio. Dopo pochi km usciamo di nuovo dall’alveo del torrente per attraversare il paese di Colle dove è situato l’ultimo ristoro della gara. Mi fermo per una Coca al volo, siamo oramai a notte fonda, ad aspettarmi ci sono ancora e sempre loro, i grandi amici sorridenti dei ristori, volontari infreddoliti ma sempre con il sorriso, ai quali và sincera gratitudine. Lasciato il ristoro mi addentro, solo, nuovamente nel Magredo. Sono assorto in mille piacevoli pensieri quando la luce di una frontale in lontananza fronte me, mi incuriosisce. Trovo ferma, a lato della pista che sto percorrendo, Roberta, mi racconta che qualcuno o qualcosa l’ha impaurita. La esorto a ripartire ed insieme percorriamo questo ultimo tratto di magredo. Oramai vedo le luci di Vivaro…E’ fatta!!! Sono più che felice, sto correndo ancora dopo 160 km e 7000 metri di dislivello superato, francamente, non mi aspettavo di vivere senza alcun problema questa enorme avventura. Sono, a dir poco, elettrizzato. Taglio il traguardo che manca poco all’alba e mi godo, solitario, indossando il gilè da finisher, questo mio, nuovo, fantastico, lungo viaggio.
La Magredi Montain Trail con la giusta preparazione fisica è, per me, una gara certamente da rifare. Ci si trova davvero di tutto. Un percorso a volte tecnico, a volte duro ma eterogeneo e fantastico che viene vissuto in gran parte di notte. C'è una grande attenzione per i concorrenti, un grande supporto alle tante difficoltà, molta cura dei dettagli ed, in particolare, i ristori sono splendidi ed unici. I VOLONTARI, in tutte le gare ed anche in questa, sempre grandi in disponibilità, e in gentilezza. Ho sentito in molti di loro l'orgoglio della propria terra ed un importante senso di appartenenza che va sicuramente sottolineato.
Il loro raccontare di piccoli aneddoti, il descrivere un paesaggio, l'assaggiare assieme prodotti locali spesso legati alla tradizione non fa che testimoniare tutto questo. Ecco perché mi piace descrivere i ristori e non vedo l'ora di arrivarci. Ogni volta, per me, è una sorpresa. Esco sempre rigenerato nello spirito prima ancora che ristorato. Non credo sia pensabile una gara trail senza queste specificità, questo importante senso di appartenenza, questo forte legame al proprio territorio. La Magredi Montain Trail 100 Mile, per questa zona, ne è una valida testimonianza. Onore a chi organizza e alle maestranze che supportano. Con qualche balises in più, posso certamente dire che è una tra le più grandi e belle manifestazioni a cui ho partecipato. GRANDI I RAGAZZI MMT!!!
Magari ci faccio un pensierino... vediamo come esco dalla WS, l'anno scorso l'infortunio ai legamenti del ginocchio destro, procuratomi proprio alla WS mi ha tenuto praticamente in cantiere per 5 mesi....
Ma se quest'anno va tutto come deve, ad ottobre sarebbe perfetta come gara di fine stagione....
Ciao a tutti, è ufficiale MMT 100 MILE del 3 ottobre 2014 è la gara che aggiudicherà il campionato italiano di ultra trail lunga distanza IUTA! Sarà una grande sfida...vi aspettiamo!
Superrrr! le iscrizioni procedono veramente ultra, a breve credo che raggiungeremo il numero massimo! Non aspettate troppo......iscrivetevi http://www.mmt100mile.com
MAGREDI MOUNTAIN TRAIL 2014: E' BOOM DI ISCRIZIONI
Continua l'organizzazione della Magredi Mountain Trail 100 Mile, e procedono a gonfie vele le iscrizioni.
Dalla loro apertura sul sito www.sdam.it sono già molti gli iscritti alla gara che prenderà il via il prossimo 3 Ottobre; da segnalare l'importante presenza di atleti stranieri provenienti da tutto il mondo, in particolare dalla Repubblica Ceca.
Tra gli atleti stranieri segnaliamo Florian Racinet, del Team X-Bionic France, 5° assoluto alla CCC®, e vincitore dell’Endurance des Templiers 2013.
Florian, testimonal di CamelBak® correrà con il nuovo gilet Marathoner™, completamente ridisegnato e migliorato per essere ancora più adatto alle gare estreme come la MMT.
Anche quest'anno MMT sarà lieta di ospitare il Memorial Lucas Gruenther, il pilota delle forze Armate Americane, tragicamente scomparso in un incidente aereo.
Lucas era ben inserito nella comunità italiana e risiedeva a Maniago.
Era appassionato di corsa e trail, nella sua agenda, prima della tragedia, era già segnato l'impegno e la partecipazione alla gara.
I colleghi americani dello squadrone Triple Nickel e gli amici italiani per ricordarlo partiranno da Vivaro assieme agli atleti MMT, e correranno una staffetta con un traguardo a Maniago.
Tutte le informazioni relative alla gara e le modalità di iscrizione sono reperibili su internet all’indirizzo http://www.mmt100mile.com